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L’élite russa contro Putin: “È arrivato il momento di concludere la guerra”

A Mosca cresce la fronda dei realisti ma gli esperti avvertono: “Lo zar del Cremlino non ha cambiato idea sul conflitto”

L’élite russa contro Putin: “È arrivato il momento di concludere la guerra”
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La guerra della Russia contro l’Ucraina, giunta al quinto anno, ha ormai superato in durata il conflitto che contrappose l’Unione Sovietica alla Germania nazista. E mentre lo stallo sui negoziati mediati dagli Stati Uniti si protrae e Kiev incalza Mosca con attacchi in profondità sul territorio della Federazione, il Wall Street Journal riferisce che personalità autorevoli all’interno dell’establishment russo hanno rotto il muro del silenzio che circonda l’operazione militare speciale lanciata da Vladimir Putin per esprimere la loro contrarietà alla prosecuzione della guerra.

Tra queste, spicca l’opinione di Oleg Tsaryov, ex parlamentare ucraino fuggito in Russia nel 2014 e uno dei principali candidati che il Cremlino avrebbe voluto insediare alla guida di un regime fantoccio filorusso a Kiev nel 2022. Tsaryov, che a Mosca è considerato tra i più noti esponenti della corrente dei falchi, ha pubblicato lo scorso mese un messaggio su Telegram in cui ha avvertito che la propaganda russa ha alimentato una pericolosa illusione di una vittoria inevitabile contro l’Ucraina. “I professionisti che hanno creato una realtà alternativa”, si legge nel messaggio di Tsaryov, “hanno convinto non solo la popolazione, ma anche loro stessi, che l’illusione che hanno inventato sia davvero la realtà. Prima o poi, questi mondi di illusione e realtà si scontreranno. E ora sta accadendo nella forma più dolorosa”.

Un’altra voce fuori dal coro che ha espresso forti riserve sul conflitto è quella dello storico ed ex funzionario russo Aleksey Chadaev, ora a capo del centro di ricerca Ushkuynik sulla guerra con i droni, il quale ha affermato che proseguire con l’attuale linea “non è solo una strada verso una “non vittoria”, ma verso una sconfitta su vasta scala”. Chadaev ha quindi chiesto una pausa affinché Mosca possa riorganizzarsi in vista del prossimo round.

A schierarsi contro la strategia del Cremlino c’è poi Vasily Kashin, analista alla guida del Centro per gli studi europei e internazionali presso la Scuola Superiore di Economia di Mosca. L’esperto ha pubblicato a maggio un discusso articolo sulla principale rivista di politica estera della Russia nel quale ha spiegato che l’Ucraina, anche a causa del numero delle perdite subite, rimarrà inevitabilmente un Paese anti-russo e filo-occidentale. Kushin ha inoltre messo nero su bianco che l’obiettivo di insediare un regime amico a Kiev non è più realistico e, citando gli eventi in Iran, ha dichiarato che anche l’assassinio di Zelensky e dei vertici militari e civili ucraini, porterebbe al potere una generazione di leader “più attivi, ambiziosi e radicali”.

Sempre secondo il Wall Street Journal, gli analisti russi sostengono che l’approccio più pragmatico, che riconosce i limiti della potenza militare di Mosca, è presente in alcuni settori del Cremlino. Tra questi l’influente vice capo di Stato maggiore Sergey Kiriyenko, il servizio di intelligence esterna SVR e gli operatori economici che vogliono un ritorno, per quanto possibile, alla normalità. Il quotidiano americano sottolinea comunque che le critiche di una parte dell’establishment della Federazione non sono condivise da tutti e c’è comunque chi preme per un’escalation contro i Paesi baltici e altrove e chi vorrebbe trasformare la Russia in una sorta di “ibrido ortodosso tra la teocrazia iraniana e il totalitarismo nordcoreano”.

Il grande interrogativo di fondo nella discussione in corso rimane però la posizione di Putin. Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino, spiega che alcune persone a Mosca stanno “iniziando a rendersi conto che continuare il conflitto per un altro anno o due non migliorerebbe significativamente la posizione negoziale della Russia. Per loro sta diventando sempre più chiaro che è giunto il momento di porvi fine”.

“Il dibattito tra le élite sulla questione sta cominciando ad essere normalizzato, pur con tutte le riserve del caso in termini di lealtà”, prosegue Gabuev che si chiede se il capo del Cremlino si renda conto “di essere in un vicolo cieco e che la guerra sta diventando sempre meno efficace”. “Non lo sappiamo”, aggiunge l’esperto. Che in conclusione precisa che “nulla indica che abbia cambiato idea”.

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