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Guerra

La mossa di Teheran per allargare il conflitto con Usa e Arabia: come cambia “l’asse della resistenza”

Via “diversity” ed “equity”, dentro “community” e “well-being”. Ma in molti atenei personale, spese e attività restano quasi invariati

La guerra tra Stati Uniti e Iran sta entrando in una fase differente. Il punto non è più soltanto ciò che accade direttamente tra Washington e Teheran o attorno allo Stretto di Hormuz. La vera evoluzione è geografica: il conflitto si sta propagando lungo una cintura che comprende il Golfo, l’Iraq, lo Yemen e il Mar Rosso, mettendo progressivamente sotto pressione gli alleati arabi degli Stati Uniti.

L’elemento più significativo è arrivato ieri, quando gli Houthi yemeniti hanno lanciato missili e droni contro diverse località dell’Arabia Saudita, colpendo anche infrastrutture energetiche. Secondo le autorità saudite, 73 persone sono rimaste ferite. Gli attacchi hanno interessato Abha, Najran, Khamis Mushait e Jizan e provocato incendi e temporanee interruzioni operative in alcune strutture. Una delle più importanti espansioni del conflitto in corso da sei mesi.

Da una rete di alleati a una rete operativa

Teheran starebbe costruendo una nuova rete che mette in relazione soprattutto gli Houthi dello Yemen e alcune milizie irachene con l’obiettivo di minacciare gli alleati americani nel Golfo attraverso una classica manovra a tenaglia.

Per anni l’espressione “asse della resistenza” ha indicato una galassia di organizzazioni sostenute dall’Iran, con agende nazionali differenti ma accomunate dall’opposizione agli Stati Uniti e a Israele. Hezbollah in Libano, le milizie sciite irachene e gli Houthi hanno costituito i principali nodi di questa architettura. Oggi, però, il modello sembra evolversi. L’obiettivo non sarebbe semplicemente mantenere in vita singoli fronti, ma collegare teatri di guerra differenti, costringendo gli avversari a distribuire le proprie risorse e aumentando il costo della pressione esercitata direttamente sull’Iran.

Un precedente significativo è rappresentato dagli episodi registrati in Iraq. Reuters ha riferito a fine luglio che gli Houthi avrebbero partecipato ad attacchi contro l’Arabia Saudita partendo dal territorio iracheno, in coordinamento con gruppi armati locali. Secondo fonti regionali citate dall’agenzia, si sarebbe trattato di una forma di cooperazione crescente tra formazioni allineate a Teheran. La stessa AP riferisce di elementi che indicano un coordinamento tra Houthi e milizie irachene, compreso il coinvolgimento di emissari Houthi in una struttura operativa gestita da gruppi armati iracheni.

È una differenza importante rispetto alla vecchia logica dei proxy.

Perché l’Arabia Saudita è diventata il bersaglio centrale

La scelta di colpire l’Arabia Saudita non è casuale. Riyadh è contemporaneamente un alleato strategico di Washington, uno dei principali produttori mondiali di petrolio e il principale avversario regionale degli Houthi nel conflitto yemenita. Colpire il regno significa quindi produrre contemporaneamente un effetto militare, politico ed economico.

La prima conseguenza riguarda la sicurezza. Gli Houthi possono costringere l’Arabia Saudita a destinare maggiori risorse alla difesa delle proprie infrastrutture e del confine meridionale. La seconda riguarda Washington. Più aumentano gli attacchi contro un alleato americano, maggiore diventa la pressione sull’amministrazione statunitense perché intervenga direttamente o rafforzi il dispositivo militare nel Golfo. La terza è economica: le installazioni energetiche saudite rappresentano uno dei punti più sensibili dell’economia globale.

Non è la prima volta che gli Houthi utilizzano questa leva. Ma il contesto attuale è radicalmente più pericoloso perché il Golfo è già investito dalla crisi dello Stretto di Hormuz.

Il ritorno della guerra nello Yemen

C’è però un altro elemento che non può essere trascurato: il rischio che la nuova strategia iraniana riaccenda una guerra che negli ultimi anni aveva conosciuto una relativa stabilizzazione. Lo Yemen è stato teatro dal 2015 della guerra tra gli Houthi e le forze sostenute dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita. La tregua del 2022 aveva ridotto drasticamente le ostilità, senza però risolvere il conflitto politico. Ora quella tregua appare sempre più fragile.

Dall’inizio di settembre i combattimenti nello Yemen sono tornati a livelli particolarmente elevati, con quasi 180 morti secondo le stime riportate. La ripresa degli scontri interessa anche aree vicine alla costa del Mar Rosso e al corridoio strategico di Bab el-Mandeb.

Hormuz e Bab el-Mandeb, se sottoposti contemporaneamente a pressione, la guerra smette di essere semplicemente una crisi mediorientale e diventa una crisi delle infrastrutture commerciali globali. Gli Houthi, fra l’altro, hanno già dimostrato di poter colpire la navigazione commerciale. Tra il 2023 e il 2024 il movimento ha attaccato oltre 100 navi commerciali, provocando affondamenti e vittime tra i marittimi.

La scommessa di Teheran

Paradossalmente, l’espansione della guerra arriva mentre l’architettura tradizionale dell’asse iraniano è più debole rispetto al passato. Se l’Iran non può più contare sulla stessa profondità strategica di qualche anno fa, deve valorizzare maggiormente i nodi della rete che sono rimasti operativi. Gli Houthi sono probabilmente il caso più evidente.

L’Iran deve ora aumentare il prezzo della guerra per Stati Uniti e alleati, ma contemporaneamente evitare che la risposta americana diventi così massiccia da trasformare il conflitto in una guerra diretta senza limiti. È una strategia estremamente rischiosa. Gli Houthi, infatti, hanno anche una propria agenda e il movimento non è semplicemente un telecomando iraniano.

Questo introduce un problema per Teheran: più la rete dei proxy diventa autonoma, maggiore è il rischio che un’azione locale produca una reazione regionale non controllabile. La domanda è fino a che punto possa controllare la dinamica che ha contribuito a innescare.

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