La politica internazionale dell’amministrazione Trump si fonda su un realismo transazionale, dove anche i conflitti sono subordinati alle priorità interne. Gli incontri bilaterali con Volodymyr Zelensky e Benjamin Netanyahu lo confermano, mostrando come Donald Trump utilizzi i teatri di crisi per legittimare un’architettura protezionistica globale. La concessione a Kiev delle licenze per la produzione di intercettori Patriot evita il progressivo svuotamento degli arsenali statunitensi, ma il vero fulcro dell’operazione risiede nel via libera alle sanzioni secondarie. Questo impianto, concepito per colpire l’economia russa, offre a Trump la copertura legale per colpire i flussi energetici diretti verso Cina e India.
Washington istituzionalizza così un sistema unilaterale di dazi, in una strategia che riduce il rischio di incorrere nelle sanzioni degli organismi multilaterali o in uno stop della Corte Suprema. Persino l’empasse di Hormuz rientra paradossalmente nella stessa logica: accettare un costo limitato per infliggere uno maggiore all’India e alla Cina, due dei principali concorrenti economici.
Di conseguenza, i dossier di intelligence israeliani sulla persistente minaccia nucleare iraniana sono accantonati a favore di canali diplomatici e accordi con Teheran anche di breve respiro, che finora hanno più che altro avuto l’effetto di rendere endemica la questione. I partner diventano così clienti e le crisi belliche si trasformano comunque in leve di pressione tariffaria e monetaria.
Questo quadro definisce i magri risultati che Zelensky e Netanyahu portano a casa: poco più di una legittimazione spendibile sui rispettivi fronti interni. Per Zelensky serve a rassicurare un’opinione pubblica ucraina logorata sul fatto che Washington non ha abbandonato Kiev; per Netanyahu rappresenta lo scudo politico con cui dimostrare agli elettori di essere l’unico in grado di dialogare con un presidente americano tanto imprevedibile. Nelle presenti circostanze, l’eventuale perdita della Camera a novembre è in fin dei conti un costo accettabile per Trump, ma lo stesso non si può dire di un ritorno alla Casa Bianca nel gennaio del 2029 di un Democratico odi un Repubblicano tradizionalista. Trump ha infatti implementato la sua agenda quasi esclusivamente tramite un grande numero di ordini esecutivi, un’impalcatura di potere fragile che un futuro presidente potrebbe immediatamente smantellare attraverso una nuova serie di ordini esecutivi.
