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Guerra

La tregua tattica di Teheran. “Pronti a un’altra escalation”

Scaduti i 60 giorni dei memorandum Usa-Iran. Nessuna resa del regime. Dove invece si è consolidato il potere dell’ala dura dei pasdaran

Guida defunta L'ayatollah Ali Khamenei ucciso nei raid americani e israeliani il 28 febbraio scorso e sepolto il 9 luglio

Due mesi che non hanno messo fine né alla guerra né alla minaccia iraniana, ma hanno seriamente compromesso la credibilità e la capacità di deterrenza dell’America. A cinque anni dal ritiro da Kabul l’agosto 2026 rischia di segnare un’altra débacle della potenza statunitense. Ieri, infatti, doveva concludersi la trattativa avviata il 17 giugno con la firma del Memorandum d’Intesa. Una trattativa destinata, secondo Donald Trump, a sancire la resa della Repubblica Islamica e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Ma in questi 60 giorni non è successo nulla. Se da una parte Teheran continua a rivendicare il controllo dello Stretto dall’altra Washington sembra aver esaurito sia le risorse diplomatiche, che quelle militari. In questo contesto anche la minaccia di bombardare l’Oman colpevole - secondo Trump - di condurre negoziati separati con l’Iran per il controllo di Hormuz appare come l’ennesima inconcludente intimidazione. Maggiori preoccupazioni destano, invece, le rivelazioni

del Wall Street Journal che spiega come il regime iraniano abbia usato lo schermo della trattativa per consolidare sul fronte politico il nuovo corso guidato dall’ala dura dei pasdaran e rigenerare, su quello militare, le proprie capacita offensive. Sul fronte politico il regime guidato dall’«invisibile» Mojtaba Khamenei ha riconsegnato le leve del comando a quella generazione di «duri e puri» forgiatisi, negli anni Ottanta, sui fronti della guerra con l’Iraq. Una generazione che Alì Khamenei forte della sua autorità controllava usando il contrappeso dei cosiddetti riformisti. Ora invece gli incanutiti, ma irriducibili «duri e puri», tornano a giocare a tutto campo. Per capirlo bastano tre nomi. Il primo è quello di Mohsen Rezai. Negli anni Ottanta comandava i pasdaran oggi, dopo un’eclissi durata un decennio, è Segretario del Supremo Consiglio di Sicurezza Nazionale, l’organo istituzionale più importante finché perdura l’invisibilità della Suprema Guida.

Un altro ritorno significativo è quello di Hossein Taeb rimesso alla testa delle milizie Basiji con cui

nel 2009 schiacciò le proteste riformiste. E dal passato arriva anche il generale Alì Abdollahi un veterano dei pasdaran incaricato di controllare l’assai meno affidabile esercito iraniano. Al centro di questa formazione di falchi si muove Ahmad Vahidi il comandante dei Guardiani della Rivoluzione che minaccia di rispondere a nuovi attacchi americani mandando i suoi uomini a invadere i paesi del Golfo. Minacce prese estremamente sul serio dalle monarchie sunnite che segnalano le manovre dei pasdaran impegnati in questi due mesi a riallacciare i canali con tutte le milizie alleate dall’Iraq al Libano e dallo Yemen ai territori dell’Arabia Saudita e del Bahrein dove si teme un’insurrezione delle minoranze sciite. Manovre andate di pari passo con la rigenerazione di un sistema missilistico che a marzo e aprile ha colpito con devastante efficacia le basi militari Usa sparse nei paesi del Golfo.

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