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Guerra

L’Arabia Saudita ha armi da miliardi di dollari, ma non riesce a fermare gli Houthi: il segreto dei ribelli yemeniti

Droni economici e missili a bassa quota mettono in crisi le sofisticate difese di Riad. Ecco perché uno degli eserciti più costosi al mondo fatica a reagire

Da giorni, gli Houthi dello Yemen lanciano continui attacchi contro infrastrutture, impianti energetici e obiettivi militari in Arabia Saudita. Sabato scorso, un missile ha colpito il terminal dell’aeroporto di Riad, causando almeno 13 morti e oltre 300 feriti. Si è trattato del più grave attacco subito dal regno in oltre un decennio. Le forze Houthi stanno inoltre bloccando le spedizioni di petrolio saudita verso l’Asia attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb, creando una crisi economica ed energetica notevole.

Ma facciamo un passo indietro per capire. Nel 2015, il principe saudita Mohammed bin Salman, all’epoca ministro della Difesa, ha dato inizio alla guerra contro gli Houthi, una setta dell’islam sciita di orientamento zaydita che mirava a rovesciare il governo yemenita. Sconfiggerli avrebbe richiesto solo poche settimane, secondo Mbs. La guerra si è invece trasformata in un pantano.

Nel 2022, è stato mediato un cessate il fuoco, ma il conflitto è tornato a infiammarsi dopo la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, anche se in una prima fase i ribelli dello Yemen se ne erano tenuti fuori. Secondo più esperti questo è un momento particolarmente umiliante per Riad dal punto di vista militare.

Perché l’Arabia Saudita non riesce a fermare gli Houthi

Ma la domanda da porsi è: quanto erano preparati i sauditi a un’offensiva così fulminea e letale degli Houthi? Ci sono delle contraddizioni apparenti che cercheremo di chiarire. L’Arabia Saudita ha investito centinaia di miliardi di dollari nello sviluppo di un apparato militare avanzato, è tra le prime dieci nazioni al mondo per spesa bellica. Il Paese però ha mostrato serie difficoltà nel reagire agli attacchi micidiali degli Houthi.

Allora, qual è il problema? Sta in parte, nel fatto che l’Arabia Saudita ha puntato su armamenti molto costosi e dotati di quello che alcuni analisti militari definiscono “glitter factor”: sistemi come caccia ad alta tecnologia e intercettori missilistici di ultima generazione, come spiega il New York Times.

I guerriglieri Houthi, invece, utilizzano droni a basso costo o missili da crociera a volo radente, che le forze di Riad non riescono a individuare e distruggere. Inoltre, il sistema difensivo saudita era stato concepito ipotizzando che la minaccia principale potesse provenire da dall’Iran o dall’Iraq e non dallo Yemen, a sud-ovest. Di conseguenza, il Paese si è trovato, in una certa misura, scoperto.

L’apparato militare inoltre è stato strutturato in due rami in competizione tra loro. Entrambi, secondo gli esperti, soffrono di un processo decisionale fortemente centralizzato, che ne limita l’operatività per la scarsa flessibilità e adattabilità.

Il problema dei Patriot e il rafforzamento degli Houthi

Ma andiamo ancora più nello specifico e passiamo in rassegna qualche dato. Dal 2020 Washington ha venduto all’Arabia Saudita almeno 730 missili intercettori Patriot, come riporta il Nyt. Tuttavia, i missili Patriot sono progettati per abbattere missili balistici, che seguono una traiettoria elevata e fissa, facilmente tracciabile.

Gli intercettori Thaad, anch’essi acquistati dall’Arabia Saudita dagli Stati Uniti, sono invece destinati a colpire missili che volano a quote ancora più elevate. Ma lo scontro con gli Houthi è di natura asimmetrica. Inoltre, a causa dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, si registra una carenza proprio di missili intercettori. In più l’Arabia Saudita è un territorio di grandi dimensioni e perciò molto difficile da proteggere.

Secondo un interessante report del Consiglio di Sicurezza dell’Onu la situazione si è ancora complicata anche da un altro punto di vista. Infatti dall’inizio del conflitto l’arsenale degli Houthi si è addirittura rafforzato e ha ridotto la dipendenza dall’Iran, suo alleato storico.

Una soluzione politica negoziata ora appare improbabile. Teheran punta a far sì che gli Houthi aumentino il costo del conflitto sia per Washington che per Riad per piegare i suoi nemici alla sua volontà al massimo.

Ma c’è di più. I ribelli yemeniti in tutto ciò stanno pure aumentando la loro influenza e il loro peso politico nella regione e all’interno dell’asse della resistenza, ovvero nella schiera di quei paesi dell’area alleati del regime di Teheran e che si allineano sulle sue strategie e obiettivi geo strategici e militari. Ciò non fa presagire nulla di buono, anzi.

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