Per oltre un decennio l'Europa ha rappresentato per l'Iran il principale interlocutore occidentale. Nonostante le tensioni cicliche sul programma nucleare, Bruxelles ha cercato di mantenere aperti i canali diplomatici, convinta che il dialogo fosse preferibile all'isolamento. Oggi, però, quello stesso continente rischia di trasformarsi nel teatro di una diversa forma di confronto: non una guerra convenzionale, ma una campagna fatta di intimidazioni, operazioni coperte e azioni difficili da attribuire.
L'allarme arriva da un numero crescente di governi europei, ma anche da analisti e osservatori internazionali. In un editoriale del Washington Post, Colin Clarke e Adrian Shtuni sostengono che la Repubblica islamica stia adottando metodi simili a quelli già utilizzati dalla Russia: attacchi indiretti, intermediari sacrificabili e un'elevata plausibile negazione delle responsabilità. L'obiettivo non sarebbe tanto provocare una guerra aperta, quanto diffondere insicurezza e dimostrare la capacità di colpire ben oltre i confini mediorientali.
Dalla diplomazia alla sfiducia: perché l'Europa cambia approccio
L'Unione europea ha investito molto nel dialogo con Teheran, soprattutto dopo l'accordo sul nucleare del 2015. Anche dopo il ritiro degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action, molte capitali europee hanno tentato di salvare un canale negoziale.
Negli ultimi anni, tuttavia, il quadro è cambiato radicalmente. Le espulsioni di diplomatici iraniani accusati di attività incompatibili con il loro status, i procedimenti giudiziari legati a presunti piani di attentato e le crescenti denunce di sorveglianza nei confronti di dissidenti hanno alimentato la convinzione che la minaccia non sia più soltanto teorica.
A rendere ancora più delicata la situazione è stata la recrudescenza del conflitto mediorientale. Le autorità tedesche hanno recentemente avvertito che l'Iran potrebbe ampliare le proprie operazioni clandestine in Europa, soprattutto in risposta all'inasprimento dello scontro regionale. Allo stesso tempo, anche le istituzioni europee hanno riconosciuto la necessità di monitorare attentamente le possibili ricadute del conflitto sul territorio dell'Unione.
La strategia della guerra ibrida: intermediari, criminalità e obiettivi simbolici
Ciò che più preoccupa le intelligence occidentali è il metodo.
Secondo diverse ricostruzioni, Teheran non farebbe ricorso esclusivamente ai propri apparati ufficiali, ma si affiderebbe a una rete di soggetti terzi: criminalità organizzata, piccoli gruppi radicalizzati o individui reclutati per singole operazioni. Una modalità che consente di mantenere un elevato livello di ambiguità e rende molto più difficile una risposta politica o militare immediata.
Basti pensare alla denuncia resa pubblica dal Dipartimento di Giustizia contro Mohammad Baqer Saad Dawood Al-Saadi. Il governo americano sostiene che Al-Saadi, un comandante trentaduenne di Kata'ib Hezbollah, sia responsabile di diversi complotti e attacchi in Europa e Nord America rivendicati da Harakat Ashab al-Yamin al-Islamiya (HAYI), un'organizzazione prestanome che opera per conto del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. È stato arrestato in Turchia mentre, secondo quanto riferito, era in viaggio verso Mosca e la scorsa settimana si è dichiarato non colpevole.
Il gruppo ha rivendicato oltre una dozzina di atti intimidatori, tra cui incendi dolosi, atti vandalici e aggressioni, concentrati principalmente nel Regno Unito (in particolare a Londra) e in altri Paesi europei. Oltre l'80% degli attacchi ha colpito la comunità ebraica, prendendo di mira sinagoghe, scuole, ambulanze di enti di beneficenza e individui ebraici. Sono stati presi di mira anche interessi americani e gruppi di opposizione iraniani. Le indagini suggeriscono che il network operi attraverso brevi catene di comando, arruolando o pagando giovani e criminali locali per eseguire gli atti, per poi rivendicarli quasi istantaneamente su canali Telegram legati all'IRGC.
In Svezia, inoltre, il processo a cinque minorenni accusati di aver preso parte a un presunto complotto contro un dissidente iraniano ha evidenziato quanto il ricorso a soggetti giovanissimi possa complicare ulteriormente il lavoro investigativo e favorire il ricorso a manovalanza difficilmente riconducibile ai mandanti.
L'Occidente si compatta, ma resta il dilemma della risposta
La crescente preoccupazione ha prodotto una reazione coordinata senza precedenti.
Nelle ultime ore Stati Uniti, Regno Unito, Australia e numerosi alleati europei hanno diffuso una dichiarazione congiunta nella quale accusano apertamente l'Iran di essere coinvolto in attività ostili contro dissidenti, giornalisti, cittadini e comunità ebraiche presenti nei Paesi occidentali. I firmatari attribuiscono tali operazioni a strutture come il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, la Forza Quds e il Ministero dell'Intelligence iraniano.
Londra ha inoltre annunciato nuove misure legislative contro le organizzazioni che operano come proxy di Stati ostili, con pene severe per chi collabora con esse. Secondo l'MI5, le indagini relative a minacce provenienti da attori statali sono aumentate significativamente nell'ultimo anno e circa una ventina di complotti sarebbero riconducibili all'Iran.
Resta però aperta la questione più difficile: come rispondere a una minaccia che vive nella zona grigia tra terrorismo, intelligence e criminalità comune.
Per anni l'Europa ha considerato la Repubblica islamica soprattutto attraverso la lente del dossier nucleare. Oggi, invece, il problema riguarda anche la sicurezza interna del continente.
Se le accuse dei servizi occidentali dovessero trovare ulteriori conferme, Bruxelles sarebbe costretta a ripensare profondamente il proprio rapporto con Teheran: non più soltanto interlocutore problematico in Medio Oriente, ma possibile protagonista di una guerra ombra combattuta nelle strade europee.