Si apre un nuovo capitolo nella guerra fra Stati Uniti e Iran. A sei mesi dall’attacco alla Repubblica islamica, l’Arabia saudita entra ufficialmente nel conflitto e allarga il fronte di battaglia contro i proxy di Teheran in Iraq, appena una settimana dopo aver siglato con l’amministrazione americana uno storico accordo di collaborazione per la produzione del nucleare civile. «Diritto inalienabile all’autodifesa»: così Riad giustifica le azioni mirate condotte con Washington contro i terroristi iracheni sostenuti dall’Iran, accusati di aver usato l’Iraq come base di lancio in oltre 30 attacchi con droni nelle ultime 72 ore contro basi militari Usa e impianti petroliferi sauditi. Il bilancio sul terreno è di almeno 20 morti, molti dei quali sarebbero consiglieri iraniani presi di mira deliberatamente, secondo un funzionario americano al Nyt. A cui si aggiunge la promessa di una «inevitabile» risposta annunciata dalle milizie irachene e l’immediata reazione di Teheran. I pasdaran colpiscono prima tre petroliere a Hormuz, poi una quarta nel porto egiziano di Damietta, sul Mediterraneo, allargando il loro raggio d’azione. Puntano inoltre con 5 missili, infine abbattuti, su una base Usa Giordania.
Il bilancio geopolitico è un’ulteriore escalation nel conflitto, con l’Iraq che condanna i raid americani e sauditi, anche se Riad dichiara di non cercare una guerra più ampia, e il leader ella resistenza armata anti-americana, il religioso sciita iracheno Muqtada al-Sadr, che chiede ai pasdaran di non trascinare in guerra l’Iraq. Donald Trump precisa che gli attacchi sono stati coordinati con il governo iracheno, il cui premier è stato 15 giorni fa alla Casa Bianca. Il tycoon spiega che le milizie sciite sono «un cancro per il mondo» e torna a minacciare il regime iraniano che le appoggia: «Gli faremo il c... Li colpiremo duramente. Ne pagheranno le conseguenze».
I raid sauditi e americani sono scattati poche ore dopo la visita di Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca, mentre si attende di capire se il presidente americano deciderà di ascoltare i consigli del premier israeliano, favorevole alla ripresa di una massiccia offensiva contro l’Iran, o se deciderà di proseguire con i negoziati, che Teheran nega siano in corso. L’attacco arriva una settimana dopo l’accordo di cooperazione trentennale sul nucleare civile siglato fra Stati Uniti e Arabia Saudita, una svolta storica sgradita a Israele e che ridefinisce la geopolitica in Medioriente, proprio mentre gli Stati Uniti tentano di fermare il nucleare iraniano, temendone l’uso militare.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha spinto Riad a superare la cautela dei primi mesi di conflitto sono stati gli ultimi attacchi ai propri impianti petroliferi, che hanno preso di mira Aramco, la compagnia petrolifera saudita che è la più grande al mondo. Gli ultimi sono stati condotti dagli Houthi, i ribelli yemeniti diretti dall’Iran, contro due siti sul Mar Rosso, la via alternativa scelta dal Regno saudita per continuare a esportare petrolio ora che lo Stretto di Hormuz è di fatto bloccato. Proprio gli Houthi, secondo il governo yemenita, stanno lavorando per imporre tariffe sulle navi che transitano nel Mar Rosso e nello Stretto di Bab al-Mandeb, nel tentativo di prendere il controllo dell’altro passaggio cruciale per il commercio e i rifornimenti energetici internazionali oltre che di finanziare le proprie attività terroristiche.
Vecchi e nuovi attori si uniscono al conflitto. Entro poche settimane, secondo Reuters, l’Iran riceverà la prima fornitura di 400 lanciamissili antiaerei portatili di fabbricazione cinese. Con una spesa di 60-70 milioni di dollari, Teheran rafforzerà le difese aeree, mentre non cede su Hormuz: «Nessuna nave lo attraverserà senza la nostra autorizzazione».
