L’accordo su Hormuz c’è. Ma a prima vista non è quello che Donald Trump s’aspettava. Anche perché la Casa Bianca ben difficilmente potrà rivenderselo come una vittoria militare o diplomatica nei confronti della Repubblica Islamica. Quindi nonostante il presidente ripeta di «star parlando con l’Iran» e di «preferire un accordo piuttosto che uccidere le persone» la spada di Damocle di un ritorno alla guerra resta sospesa. Anche perché nel frattempo Teheran è tornata a minacciare i Paesi del Golfo.
Ma partiamo dagli elementi chiave della nuova intesa su Hormuz. Il principale è di avere come unici interlocutori l’Oman e la Repubblica Islamica. Questo esclude di fatto (anche se dietro le quinte i contatti tra i negoziatori Usa e quelli iraniani continuano) qualsiasi ruolo della Casa Bianca. Ma questo non sarebbe un problema se l’Oman avesse trattato per conto di Washington garantendo un ritorno alla situazione antecedente il 28 febbraio quando le navi attraversavano lo Stretto senza pagare pedaggi e senza sottoporsi ai controlli delle autorità iraniane. Quel ritorno al passato, vagheggiato dalla Casa Bianca, resta invece un’utopia. L’accordo negoziato da Oman e Iran sembra, al contrario, fatto apposta per garantire a Teheran maggiori opportunità di controllo sui transiti. Il perché è presto detto. Prima della guerra le rotte commerciali attraversavano quella parte centrale dello Stretto divenuta ad alto rischio a causa delle mine piazzate dai pasdaran. Anche per questo una parte del traffico in uscita dal Golfo Persico s’era avvicinato alle coste meridionali dell’Oman. La nuova intesa, prevede invece una sola rotta di entrata ed uscita dal Golfo Persico disegnata in modo da passare attraverso le acque territoriali della Repubblica Islamica. Questo consentirà a Teheran di esercitare il proprio controllo sul traffico impedendo od ostacolando, ad esempio, il passaggio delle navi statunitensi.
La volontà di imporre un controllo esclusivo sul traffico commerciale nello Stretto viene esplicitata senza troppi peli sulla lingua dal vice ministro degli esteri iraniano Kazem Gharibabadi pronto a riconoscere una nuova strategia rivolta ad esercitare una «effettiva sovranità» sul canale di Hormuz. Ma le richieste iraniane, che, ricordiamolo, devono ancora ottenere il via libera dei pasdaran, non si fermano qui. A sentir Teheran infatti, lo Stretto verrà riaperto al transito solo quando gli Stati Uniti metteranno fine al blocco navale, cancelleranno le sanzioni imposte dopo la fine della tregua e riprenderanno i negoziati sugli assetti finanziari di Teheran congelati su richiesta statunitense.
Insomma non solo siamo molto lontani dal ripristino delle condizioni iniziali, ma anche dalle basilari leggi sulla libertà di navigazione previste dalla Convenzione Onu sul Diritto Marittimo (Unclos) che garantisce alle navi di tutti gli stati costieri o terrestri il «diritto di libero passaggio attraverso le acque territoriali».
