Tre ore e dieci minuti di colloquio, molte parole e nessun accordo. Il giorno dopo l’incontro al Cremlino tra Putin, Witkoff e Kushner, la fotografia della diplomazia russo-americana è nitida proprio perché resta incompleta: il canale con Trump è aperto, forse più di prima, ma sulle condizioni della pace la distanza non sembra essersi accorciata.
Mosca definisce il vertice «sostanziale, costruttivo, franco e fiducioso». Gli emissari americani hanno portato a Putin diverse idee dell’amministrazione Trump per mettere fine alla guerra in Ucraina. Il Cremlino, però, non ha annunciato alcun risultato concreto. Nessun cessate il fuoco generale, nessuna intesa territoriale, nessuna svolta. Di fatto la diplomazia accelera, mentre il negoziato resta fermo sui suoi nodi essenziali.
Putin ha ascoltato le proposte americane e ha illustrato la propria lettura della guerra. Il punto di partenza non è cambiato: Mosca rivendica i progressi delle proprie forze sul campo e insiste sulla necessità di eliminare quelle che definisce le cause profonde del conflitto. È qui che si misura la vera distanza da Washington. Trump vuole trasformare il rapporto personale con Putin in una leva negoziale; Putin, almeno per ora, sembra voler utilizzare quel rapporto senza rinunciare alla pressione militare. Peraltro, i combattimenti sono proseguiti su entrambi i fronti, nonostante la tregua, che si conclude oggi. Il Cremlino, intanto, sottolinea il «clima di fiducia» creatosi all’interno del canale di comunicazione con Washington. Dmitri Peskov ha osservato che il semplice fatto che un incontro di questo livello abbia avuto luogo dimostra che «una certa fiducia esiste e si sta rafforzando».
C’è poi un elemento che va oltre l’Ucraina. Mosca fa sapere che Putin e Witkoff hanno discusso anche di possibili progetti economici russo-americani. Non significa che esistano accordi pronti, ma indica una possibile strategia: per il Cremlino, il negoziato non riguarda soltanto come fermare la guerra, bensì anche come potrebbe essere il rapporto tra Russia e Usa dopo il conflitto.
Mentre il canale americano resta aperto, la voce di Sergej Lavrov ricorda quanto sia lontana una vera distensione con l’Occidente. Il ministro degli Esteri russo, commentando le accuse tedesche sul presunto coinvolgimento di Mosca nei droni avvistati all’aeroporto di Lipsia, ha parlato di «inizio di una vera guerra». Una formula durissima, che sembra appartenere a un’altra diplomazia rispetto a quella, più conciliante, praticata da Putin con gli emissari di Trump. Da Berlino, l’ambasciatore russo Nechayev aggiunge: «Se davvero volessimo organizzare qualcosa, i tedeschi se ne accorgerebbero».
Putin può mantenere aperto il dialogo con Washington, e Lavrov continuare a presentare lo scontro con l’Occidente in termini di crescente pericolo. È la doppia postura della Russia: negoziare con Trump senza mostrare di considerare chiusa la contrapposizione strategica con l’Occidente. Persino l’ipotesi di un futuro incontro a tre fra Putin, Trump e Xi Jinping al vertice Apec di Shenzhen, a novembre, va nella stessa direzione. Se l’occasione diplomatica verrà preparata, dice Mosca, un vertice del genere sarebbe vantaggioso. Non è un appuntamento, ma il segnale di una Russia che pensa già al tavolo successivo.
