Delegittimare i partiti arabi e saltare sul carro di un’eventuale nuova guerra all’Iran. Sono i due espedienti con cui l’inaffondabile Benjamin Netanyahu punta a restare sul ponte di comando indipendentemente dal risultato delle elezioni. Il primo stratagemma è già in cantiere. O meglio era in cantiere fin dalle ore del voto quando Bibi indicava la massiccia affluenza alle urne degli arabo-israeliani e strillava: «Ci stanno rubando le elezioni». Ieri mattina, quando la Commissione elettorale ha spiegato di aver ricevuto dallo Shin Bet la segnalazione di possibili «finanziamenti provenienti da Qatar e Turchia» destinati ad «incoraggiare» la partecipazione araba del voto si è capito subito dove si andava a parare. Un’inchiesta di quel tipo, affidata ad un fedelissimo di Netanyahu come il capo dello Shin Bet David Zini, finirebbe comunque - aldilà dei risultati con il sollevare ombre inquietanti sul successo delle due liste arabe. E quindi sulla possibilità di accettare il loro sostegno. Un bel colpo basso al blocco d’opposizione guidato da Gadi Eisenkot. Un colpo che minaccia di smembrarlo ancor prima del tentativo di formare un nuovo governo.
Perché se Eisenkot ha sempre sostenuto di non voler accettare quell’offerta, Yair Golan, leader dei Democratici e capofila della sinistra, si era già detto pronto a far tesoro del sostegno arabo. Una disponibilità da cui potrebbero prendere le distanze, oltre ad Eisenkot, anche Avigdor Lieberman portabandiera del voto della destra russofona e l’ex premier Naftali Bennett, leader del partito B’Yachad.
Ma Bibi ha anche un’altra freccia al proprio arco. E potrà scoccarla se e quando l’amico Donald Trump tenterà di mettere la sordina all’eventuale insuccesso nelle elezioni di Midterm scatenando - come da indiscrezioni - un nuovo attacco all’Iran. A quel punto a Bibi basterà seguire l’America nella nuova avventura militare per allontanare di molti mesi il rischio di dover abbandonare la poltrona. Lo scoppio di una guerra con la Repubblica Islamica renderebbe ancor più improponibile il sostegno delle liste arabe. A quel punto Eisenkot dovrebbe decidere se ascoltare i consigli del Presidente Isaac Herzog ed entrare come esponente di minoranza in un governo di unità nazionale. Un governo in cui lo spregiudicato Bibi avrebbe facile gioco nel logorarlo. L’alternativa sarebbe lasciare al solo Netanyahu, in quanto premier in carica, la guida di un governo di emergenza.
Ma l’emergenza - vista la guerra - potrebbe durare anche più dei sei mesi previsti per l’eventuale ritorno alle urne. Mesi in cui grazie al sostegno dell’America di Trump e alla pretesa di rappresentare l’unico leader capace di difendere Israele dai nemici esterni - Bibi potrebbe riguadagnare consensi. E aggiungere nuovi preziosi anni ai 19 in cui ha già governato.
