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Guerra

“Prepararsi alle tempeste più violente”. Il monito di Xi Jinping e l’ombra di una guerra con gli Usa

Nel discorso per i 90 anni della Lunga Marcia, Xi Jinping invoca un esercito più forte e pronto alle crisi. Tra purghe militari, difficoltà economiche e tensioni con gli Usa, cresce l’incognita Taiwan

Il 22 ottobre, il presidente cinese Xi Jinping ha tenuto un discorso davanti all’assemblea del PCC (Partito Comunista Cinese) in occasione del 90esimo anniversario della vittoria della “Lunga Marcia dell’Armata Rossa dei Lavoratori”.

Al discorso del leader cinese non è stato dato molto risalto nelle cronache occidentali, ma alcuni passaggi sono utili a definire meglio i reali rapporti internazionali della Repubblica Popolare Cinese al di là dei discorsi diplomatici di facciata.

Venti impetuosi e onde tempestose

Xi Jinping, infatti, ha affermato, ricordando gli sforzi dell’Armata rossa cinese, che “di fronte a una situazione internazionale e interna complessa e in continua evoluzione, dobbiamo osare lottare ed essere abili nella lotta, rafforzando costantemente la volontà, la tempra e la fiducia dell’intero Partito, dell’intero esercito e del popolo di tutte le etnie del Paese, coordinando al meglio sviluppo e sicurezza ed essendo pronti in qualsiasi momento ad affrontare le grandi prove dei venti impetuosi e delle onde tempestose, persino delle tempeste più violente”.

Curiosamente, e sinistramente, le parole di Xi ricordano quelle dell’imperatore giapponese Hirohito pronunciate allo Stato maggiore poche ore prima dell’attacco a Pearl Harbor, quando il sovrano nipponico, che ancora sperava nella pace, citò una poesia dell’imperatore Meiji composta alla vigilia del conflitto russo-nipponico (1904-1905) che recitava “Su tutti e quattro i mari / Credevo che tutti gli uomini fossero fratelli / Eppure, in questo mondo / Perché i venti e le onde / Ora si levano e si agitano?”.

Subito dopo, il leader cinese afferma che “per portare avanti il grande spirito della Lunga Marcia e intraprendere una nuova Lunga Marcia, dobbiamo accelerare la trasformazione dell’Esercito Popolare in una forza militare di livello mondiale. L’Esercito Popolare sarà sempre la Grande Muraglia d’acciaio a difesa della causa del Partito e del Paese. In questo nuovo cammino, dobbiamo attuare pienamente il pensiero del Partito sul rafforzamento delle forze armate nella nuova era, sostenere sempre la leadership assoluta del Partito sull’Esercito Popolare, promuovere in modo completo la costruzione di un esercito politicamente forte, orientato alle riforme, guidato dalla scienza e dalla tecnologia, guidato dai talenti e fondato sul diritto, in modo da garantire che l’Esercito Popolare continui la sua stirpe rossa e mantenga il suo carattere puro, raggiunga nei tempi previsti l’obiettivo del centenario della sua fondazione, promuova la modernizzazione della difesa nazionale e delle forze armate con elevata qualità e scriva un nuovo capitolo nella costruzione di un esercito forte, degno dei nostri predecessori rivoluzionari, degno delle nostre fondamenta secolari e degno della nuova era”.

In questo lungo periodo, la lettura delle parole di Xi Jinping è duplice: dove riferisce che l’esercito debba essere “politicamente forte” ed essere soggetto alla leadership del PCC, e che debba essere “fondato sul diritto” e di “carattere puro”, il riferimento nemmeno troppo velato è all’endemica corruzione interna alle forze armate cinesi, che nel corso degli anni ha portato alla decapitazione di interi comandi anche di alto livello. Secondo un’analisi del Center for Strategic and International Studies, dal 2022, 36 generali e tenenti generali sono stati ufficialmente rimossi dagli incarichi. I dati indicano inoltre che altri 65 ufficiali risultano dispersi o potenzialmente rimossi (una valutazione basata sulla loro assenza a riunioni importanti a cui avrebbero dovuto partecipare). Il totale delle rimozioni, tra confermate e potenziali, raggiunge così la cifra impressionante di 101 persone.

Ci si prepara al peggio

L’enfasi data alla preparazione delle forze armate, soprattutto dopo l’appello a essere preparati a “venti impetuosi e onde tempestose”, non sembra essere determinata solo dalla questione della corruzione interna.

Le tempeste più violente a cui i cinesi devono prepararsi, infatti, non appaiono essere di carattere esclusivamente interno, ed è possibile affermarlo dalla differenza tra il linguaggio al PCC e in sede diplomatica, dove la Repubblica Popolare sta tenendo toni concilianti col suo avversario sistemico, gli Stati Uniti, anche grazie alla politica accondiscendente della Casa Bianca su alcuni dossier fondamentali come quello di Taiwan.

La lotta contro gli “elementi” a cui fa riferimento Xi Jinping ha un tono molto più marcato rispetto a una considerazione generale sull’andamento della politica cinese: traspare una tensione di fondo, quasi come il famoso discorso di Winston Churchill “lacrime e sangue”, che sembra voglia preparare la popolazione per un confronto importante di cui non è possibile prevedere la fine e perfino l’esito.

Sicuramente la RPC in questo momento storico è in difficoltà per via della denatalità crescente, che la porterà presto a un invecchiamento precoce, per la contrazione della crescita economica e la crisi del mercato – la borsa cinese ha perso 2400 miliardi di dollari in valore di mercato da maggio a oggi a causa della diffidenza degli investitori – e per la pressione internazionale non solo economica.

Si tratta di fattori da non sottovalutare quando si deve considerare non tanto la tenuta del sistema politico cinese, quanto il comportamento della RPC negli anni a venire sullo scacchiere strategico internazionale, con particolare attenzione a quello del Pacifico occidentale: qui Pechino ha i suoi più grandi interessi strategici, e sebbene stia agendo, da due decenni, con attività “sotto soglia” per ottenerli, non è da escludere che in un prossimo futuro, date le congiunture, il PCC e lo stesso Xi Jinping considerino che sia più vantaggioso passare a un confronto diretto, ritenendo esserci condizioni favorevoli irripetibili a tale scopo, tra cui la valutazione della potenza militare statunitense come ancora in fase di transizione, e ritenere che gli alleati degli USA abbiano scarsa fiducia nel supporto di Washington.

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