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Guerra

Quella guerra fantasma tra Kiev e Mosca: ecco dove si combatte

Una guerra di topi e fantasmi, dentro enormi budelli d’acciaio che un tempo portavano il gas russo verso l’Europa

brigata charter

C’è una guerra che non si vede. Non ha cieli solcati dai missili, né colonne di carri armati, né fotografie satellitari capaci di restituirne la ferocia. Si combatte sotto i boschi, sotto le strade, sotto i campi devastati dell’Ucraina. Una guerra di topi e fantasmi, dentro enormi budelli d’acciaio che un tempo portavano il gas russo verso l’Europa. Oggi portano uomini armati, paura e morte.

La superficie è diventata un posto impossibile. I droni vedono tutto. La terra di nessuno si è allargata fino a diventare una zona di sterminio. E così gli eserciti hanno cominciato a cercare rifugio sottoterra. Non per salvarsi, ma per continuare a uccidersi.

I tubi hanno diametri che arrivano a un metro e quaranta. In alcuni si passa appena. L’aria è cattiva, l’odore chimico, le pareti grondano umidità. Si avanza strisciando, qualche volta su piccoli carrelli a motore elettrico ricavati da mezzi da miniera. Settimane lontani dalla luce, dal cielo, persino dalla misura del tempo. Poi, all’improvviso, il nemico.

Il primo a capire che quei vecchi gasdotti potevano diventare una strada militare fu l’esercito russo. Nel marzo 2025, durante la battaglia per la regione di Kursk, centinaia di soldati attraversarono il tubo della grande condotta Urengoy-Pomary-Uzhgorod. Percorsero chilometri nel ventre della terra e riemersero alle spalle delle posizioni ucraine. Gli uomini di Kiev raccontarono che sembravano diavoli usciti dal terreno. La manovra contribuì alla riconquista russa di Sudzha. La propaganda di Mosca ne gonfiò l’efficacia, ma nascose che oltre 300 uomini persero la vita per i veleni inalati.

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Da allora il sottosuolo è diventato un altro fronte. A Kupyansk, nel nord-est ucraino, i russi hanno sfruttato una condotta sotto il fiume Oskol per infiltrarsi nelle retrovie nemiche e alimentare le proprie posizioni. Gli ucraini hanno cominciato a inseguirli, a studiare le mappe industriali, a scoprire che sotto quella terra corre un labirinto di almeno 57 tubazioni. Igor Obolensky, comandante del battaglione ucraino Charter, racconta di essere sceso personalmente nei tunnel. Ne è riemerso coperto di fango, sconvolto. Ha parlato dei suoi uomini come di combattenti diversi da tutti gli altri. Là sotto non c’è gloria o panorama, ma il buio che inghiotte le distanze, il fiato che diventa una cosa preziosa. Quando i due eserciti si incontrano, il tubo si trasforma in una cassa di risonanza. Mitragliatrici, granate, esplosioni. I proiettili rimbalzano sulle pareti, le schegge corrono come insetti impazziti. Le detonazioni risucchiano l’aria dagli ambienti angusti. I soldati indossano maschere antigas, portano bombole d’ossigeno, si tappano le orecchie.

È una guerra che sembra uscita da un romanzo di fantascienza scritto da qualcuno che non ha mai conosciuto la pace. Ma i suoi protagonisti sono uomini in carne e ossa, con le scarpe sporche, la gola secca, le mani che tremano. Non combattono per conquistare una collina o un villaggio. Combattono per un tratto di tubo, per una diramazione, per una bocca d’uscita. Perché chi controlla il sottosuolo può comparire alle spalle dell’avversario, quando meno se lo aspetta. In ottobre, dopo sei mesi di scontri sotterranei, gli ucraini hanno riconquistato quattordici km di condotte nel nord-est del Paese, nell’operazione chiamata Veles. Obolensky l’ha definita la prima controffensiva riuscita combattuta interamente sottoterra. Ma sa che il lavoro è appena cominciato: gran parte della rete resta contesa o in mano russa.

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