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Lo sconfitto Vance paga errori altrui

L'Iran, pur colpito duramente, ritiene oggi di avere il coltello dalla parte del manico

Lo sconfitto Vance paga errori altrui
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Paradossalmente, il vero sconfitto di queste ore è il vicepresidente degli Stati Uniti, a quanto è dato sapere, l'unico componente dell'amministrazione Trump a essersi vocalmente opposto al lancio dell'operazione Epic Fury. L'incontro di Islamabad, durato 21 ore, non è nato da una dinamica diplomatica fisiologica ma da una necessità politica urgente: portare a casa un risultato che impedisse allo Stretto di Hormuz di trasformarsi in un detonatore permanente dell'economia globale. Questa urgenza aveva un nome e un cognome: JD Vance. È stato lui a doversi sedere al tavolo in una fase in cui la navigabilità sicura dello Stretto di Hormuz non è più garantita.

Donald Trump si aspettava che la decapitazione del regime iraniano producesse uno scenario simile a quello venezuelano: un potere paralizzato, isolato, costretto alla resa progressiva. Nella valutazione non è stata neppure contemplata l'ipotesi che il regime di Teheran potesse resistere usando la leva dello Stretto come strumento sistemico di pressione. È stato l'errore originario.

L'Iran, pur colpito duramente, ritiene oggi di avere il coltello dalla parte del manico. Non solo perché i suoi negoziatori sono duri e metodici, ma perché il controllo, o anche solo la minaccia credibile di interdizione, di uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta rappresenta una carta vincente alla quale la leadership non può realisticamente rinunciare senza contropartite strategiche enormi. Vance si è trovato a gestire un dossier tecnico e strategico di estrema complessità in una posizione negoziale indebolita: la pretesa, tanto urgente quanto irrealistica, di una gestione dello Stretto alle condizioni di Washington.

Nel frattempo, lo Stretto non è più percepito come sicuro dai mercati il che significa una sola cosa: aumento dei premi assicurativi, volatilità del greggio, pressione sui prezzi energetici. Dal punto di vista strategico puro, gli Stati Uniti sono il Paese che meno risentirebbe, nel medio periodo, di una chiusura prolungata dello Stretto, essendo oggi uno dei principali produttori di energia. Una crisi prolungata penalizzerebbe in misura assai maggiore la Cina, fortemente dipendente dal flusso energetico che attraversa Hormuz. Sul lungo periodo, una pressione strutturale su Pechino non sarebbe un esito negativo per Washington.

Ma la politica interna ha tempi diversi dalla strategia globale. Le elezioni di medio termine sono troppo vicine. La stagione dei viaggi estivi negli Stati Uniti incombe, il prezzo della benzina è un indicatore politico immediato, non una variabile teorica. Anche se, in prospettiva, gli Usa assorbirebbero meglio di altri una crisi lunga, nel breve termine l'impatto su inflazione, consumi e consenso sarebbe significativo. E Trump lo sa. È per questo che l'incontro c'è stato: per l'urgenza di evitare che l'instabilità di Hormuz si traducesse in un boomerang elettorale. In questo quadro, Vance ha ricevuto quello che in politica si definisce un calice avvelenato: ottenere concessioni rapide da una controparte che non ha fretta e negozia da una posizione di deterrenza rafforzata e che deve, a sua volta, rispondere alle proprie correnti interne più radicali. Il risultato è che Washington si trova a negoziare da una posizione più debole rispetto a quella precedente al 28 febbraio. Trump può permettersi dichiarazioni muscolari su un eventuale blocco navale. Ma un blocco reale rischierebbe di provocare nuove azioni iraniane contro il traffico commerciale, aggravando ulteriormente la percezione di insicurezza dello Stretto e alimentando il caos sui mercati. In definitiva, entrambe le parti stanno giocando tattiche negoziali. Ma il fattore tempo pesa in modo asimmetrico. Teheran può attendere. Washington no.

E dentro questa asimmetria si consuma la sconfitta politica di Vance: incaricato di chiudere rapidamente una crisi che nasce da un errore di

analisi iniziale da lui non condiviso, si trova ora a trattare su un terreno dove la leva è saldamente in mano iraniana. Lo Stretto di Hormuz non era stato considerato una variabile attiva. Oggi è la variabile dominante.

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