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Asse storico governo-industria ma attenzione alla concorrenza

In nessuno dei due interventi è comparsa davvero la parola decisiva: concorrenza

Asse storico governo-industria ma attenzione alla concorrenza
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Ieri alla Nuvola dell'Eur si è consolidata una delle più interessanti mutazioni genetiche del capitalismo italiano: Confindustria e governo finalmente si parlano, si piacciono senza riserve, si cercano. E, soprattutto, condividono lo stesso nemico: non il sindacato, troppo debole per fare paura, non la globalizzazione, ormai archiviata, ma Bruxelles. È lì che Emanuele Orsini e Giorgia Meloni hanno individuato il grande colpevole della stagnazione europea: la burocrazia regolatoria, il Green Deal ideologico, l'iper-normazione che pretende di salvare il pianeta mentre spegne le fabbriche. Per anni ci avevano raccontato che il mercato avrebbe sistemato tutto. Adesso il mercato non basta più. Così il capitalismo italiano, improvvisamente, scopre la nostalgia dello Stato. Non dello Stato padrone, naturalmente: quello non piace mai, soprattutto quando presenta il conto. Piuttosto dello Stato stratega, protettore, facilitatore, garante energetico, ombrello fiscale e, possibilmente, anche assicuratore di ultima istanza.

La relazione di Orsini è stata molto più politica di quanto in Confindustria si voglia ammettere. Dietro il linguaggio manageriale si è intravista una richiesta chiarissima: meno regole, più soldi pubblici, più protezione, più politica industriale. In sé nulla di scandaloso. Tutto l'Occidente si sta muovendo così. Gli Stati Uniti di Biden prima e di Trump poi hanno archiviato il libero mercato puro. La Germania difende in modo ostentatamente egoistico le sue filiere. La Francia non ha mai smesso di farlo. Il problema è che in Italia ogni invocazione della politica industriale rischia di trasformarsi nella riedizione aggiornata del capitalismo relazionale: privatizzare i profitti e socializzare i rischi. Orsini ha ragione quando denuncia il costo dell'energia, la follia regolatoria europea e il suicidio produttivo continentale. Ma quando Confindustria invoca più Stato bisognerebbe sempre avere il coraggio di fare una domanda semplice: più Stato per aumentare la concorrenza o per sterilizzarla? Perché la storia italiana è piena di imprenditori liberisti con il mercato degli altri e statalisti con il proprio.

Meloni, dal canto suo, ha colto perfettamente il momento storico. La premier ha capito che oggi l'industria non cerca rivoluzioni ideologiche, ma protezione geopolitica e stabilità. Infatti il suo discorso è stato calibrato con intelligenza: forte critica all'Europa tecnocratica, difesa dell'interesse nazionale, sostegno all'industria, pragmatismo energetico, apertura al nucleare. Un messaggio che alla platea confindustriale è piaciuto enormemente perché restituisce all'impresa una centralità che negli anni della sbornia Esg sembrava quasi moralmente sospetta. Meloni ha offerto agli industriali ciò che chiedevano da tempo: legittimazione politica. In cambio riceve una cosa ancora più preziosa: la certificazione di affidabilità del capitalismo italiano. È un asse nuovo, che sarebbe sbagliato leggere con le categorie della Prima Repubblica. Qui non c'è il vecchio collateralismo Dc-Industria. C'è piuttosto una convergenza sovranista-produttivista che considera la manifattura il perimetro concreto della sovranità nazionale.

E, tuttavia, proprio qui emerge il grande non detto della giornata romana. In nessuno dei due interventi è comparsa davvero la parola decisiva: concorrenza. Si è parlato di concorrenza cinese, di concorrenza asiatica e competizione, oltre che di aiuti, incentivi, filiere strategiche, semplificazioni, energia, crescita; ma su liberalizzazioni, rendite, corporazioni, produttività del sistema pubblico, giustizia civile, meritocrazia l'attenzione è parsa distratta. È il punto cieco del nuovo consenso produttivista italiano. Si difende chi produce già, non necessariamente chi potrebbe produrre meglio domani. Si protegge la struttura industriale esistente, ma si parla poco di come renderla più contendibile, più dinamica, più innovativa. In fondo il paradosso italiano resta sempre lo stesso: tutti invocano il mercato, purché non arrivi davvero qualcuno a disturbare gli equilibri acquisiti.

Insomma, è nato un nuovo paradigma: capitalismo strategico, protezione industriale, sovranità economica, intervento pubblico selettivo. Un modello che può anche avere una sua razionalità storica dentro un mondo frammentato dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

Ma che porta con sé un rischio enorme: trasformare la necessaria politica industriale in un gigantesco sistema di mediazione permanente tra politica e interessi organizzati. Ed è qui che si misurerà la differenza tra una destra moderna e l'ennesima edizione italiana del capitalismo assistito. Perché aiutare l'impresa a competere è una cosa. Proteggerla dalla competizione è un'altra.

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