Caro direttore Feltri,
sono un insegnante in pensione e leggo con sgomento ciò che sta accadendo nelle nostre scuole. Ho insegnato per quasi quarant'anni e non dico che il nostro compito fosse semplice: anche ai miei tempi esistevano studenti difficili, famiglie problematiche, episodi di ribellione. Ma oggi mi pare che la situazione sia precipitata in qualcosa di molto più grave e inquietante. Leggo di professori picchiati, presi a bastonate e a cinghiate fuori da scuola da gruppi di studenti perché colpevoli di aver rimproverato un ragazzo. E ciò che mi sconvolge ancora di più è sapere che quei docenti abbiano deciso di non sporgere denuncia contro i loro aggressori.
Non è forse questa una resa? Non è un messaggio devastante anche per gli altri studenti? Se oggi dovessi tornare in aula, sinceramente credo che cambierei mestiere. Perché insegnare non dovrebbe significare mettere a rischio la propria incolumità fisica.
Lei che cosa pensa di questa scelta di non denunciare?
Giovanni Bianchi
Caro Giovanni,
adoperi la parola giusta: resa. E purtroppo non è soltanto la resa di due professori terrorizzati da un branco di delinquenti, ma la resa di un'intera società che da anni ha smesso di difendere l'autorità, il merito, il rispetto, il senso del limite e perfino la dignità degli insegnanti.
Questa vicenda di Parma è agghiacciante non solo per la violenza in sé già di per sé intollerabile ma per il significato profondo che porta con sé. Un ragazzo viene rimproverato perché lancia lattine contro un'auto durante l'orario scolastico. Un gesto incivile, stupido, aggressivo. Il professore fa ciò che dovrebbe fare qualsiasi educatore: interviene, richiama, corregge. Fine della storia, in un Paese normale. E invece no. In un Paese sempre meno normale, quel rimprovero viene vissuto come un affronto da lavare con la violenza. Così il giovane torna con il suo branco ad attendere il docente fuori dalla scuola per regolare i conti. Lo picchiano, lo bastonano, lo umiliano, filmano tutto come fosse uno spettacolo da esibire con orgoglio. E persino un altro professore intervenuto per aiutare il collega viene a sua volta aggredito. Ora, la domanda decisiva è questa: che cosa hanno ottenuto quei violenti? Esattamente ciò che volevano. Intimidire. Piegare. Terrorizzare. Insegnare ai professori che devono stare zitti, abbassare lo sguardo, non intervenire, non correggere, non opporsi. E la scelta di non denunciare, mi dispiace dirlo, certifica la loro vittoria. Capisco la paura di quei docenti. La capisco profondamente. Viviamo in un clima in cui chi fa rispettare le regole rischia spesso di ritrovarsi bersaglio di vendette, minacce, persecuzioni. Ma proprio per questo la rinuncia a denunciare è devastante sul piano educativo e civile. Perché il messaggio veicolato è il seguente: con la forza si ottiene tutto. Con la violenza si piegano gli adulti. Con l'intimidazione si conquista l'impunità. Ecco perché considero questa scelta sbagliata. Umanamente comprensibile, ma sbagliata. La scuola dovrebbe insegnare il principio più semplice e più importante della convivenza civile: sbagli, paghi. Rispondi delle tue azioni. Esistono conseguenze. Se invece lo Stato arretra, se gli adulti tacciono, se perfino gli insegnanti rinunciano a pretendere giustizia, allora stiamo allevando generazioni convinte che la legge sia facoltativa e che il più forte abbia sempre ragione. Ed è questo il vero dramma italiano: non soltanto la crescita della violenza, ma la crescita della paura. Perché ormai troppi cittadini preferiscono abbassare la testa pur di evitare problemi. È la cultura dell'omertà che avanza, non nelle periferie criminali ma dentro le scuole, dentro le istituzioni, dentro la quotidianità.
Tu confessi che oggi cambieresti mestiere. E ti capisco. Un tempo il professore era una figura autorevole, rispettata persino dagli studenti più turbolenti.
Oggi troppo spesso viene trattato come un nemico, un ostacolo, un bersaglio da ridicolizzare o colpire. E intanto i violenti festeggiano. Perché sanno di avere davanti uno Stato, ossia una scuola, debole, intimorita, incapace di farsi rispettare. Ed è questa la sconfitta più grave.