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Guerra

“Se la Russia attacca pronti a combattere”. Ecco la strategia Nato

Grynkevich tuona: “L’Alleanza fermerà le offensive, anche senza gli Usa”. Dai droni ai missili, tutti i punti della tattica

US General Alexus G. Grynkewich, the Supreme Allied Commander Europe (SACEUR), speaks during the opening session of the Warsaw Security Forum in Warsaw, Poland on October 12, 2026. (Photo by Wojtek RADWANSKI / AFP)

La guerra comincia talvolta quando un generale pronuncia la parola «distruggere», un ministro domanda a che punto un sabotaggio diventi un atto di guerra, un governo scopre che i missili destinati a proteggerlo arriveranno in ritardo. Il generale americano Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato in Europa, parlando al Forum sulla Sicurezza di Varsavia, ha scelto espressioni che non lasciano molto spazio all’immaginazione. «Se la Russia attaccasse un Paese della Nato, l’Alleanza fermerebbe l’offensiva e distruggerebbe non soltanto le forze impegnate nell’assalto, ma anche le strutture che ne garantiscono il sostegno e il comando. Anche senza il sostegno degli Stati Uniti. Non vogliamo la guerra, ma siamo pronti a combattere anche stanotte». Tutto ciò riflette lo sforzo della Nato di dissuadere Mosca e riaffermare la propria unità, dopo un anno segnato dalle minacce di Trump sulla Groenlandia e dalle divisioni interne sulla guerra in Iran tra Usa e Israele. L’obiettivo, nella sua «teoria della vittoria», è fare in modo che qualsiasi aggressione si riveli del tutto inutile. È il linguaggio della deterrenza, naturalmente. Ma è anche il linguaggio di un’Europa che non si accontenta più di dichiarare inviolabili i propri confini: vuole dimostrare di poterli difendere. La strategia di Grynkewich punta su droni, robot terrestri, missili a lungo raggio e reti digitali per coordinare gli attacchi in tempo reale, neutralizzare i centri di comando nemici e impedire che un’offensiva russa si trasformi in un fatto compiuto.

La geografia, in questa strategia, ha un nome preciso: Kaliningrad. L’enclave russa affacciata sul Baltico è uno dei punti in cui la rivalità fra Mosca e l’Occidente assume la forma più concreta. Qui le distanze sono brevi, i tempi di reazione ridotti e gli errori possono diventare irreversibili. Mosca ha già avvertito che un eventuale blocco della regione sarebbe considerato una minaccia gravissima, prospettando anche il ricorso ad armi nucleari. A Varsavia, però, la questione non è soltanto teorica. La Polonia conosce il peso della geografia e quello della memoria. Il ministro degli Esteri Sikorski vuole che gli alleati stabiliscano in anticipo quando le operazioni ibride russe debbano essere considerate un attacco capace di provocare una risposta collettiva.

Sabotaggi, cyberattacchi, droni e disinformazione alimentano una guerra ibrida che, senza sfociare in un conflitto aperto, può destabilizzare istituzioni e società. Ma se nella zona grigia cominciassero a morire delle persone, dove passerebbe il confine tra provocazione e atto di guerra? Sikorski pone una domanda alla quale l’Alleanza non può rispondere soltanto con una formula diplomatica. Gli avvertimenti tedeschi e cechi aggiungono inquietudine al quadro. Le rispettive intelligence segnalano il rischio di sabotaggi e operazioni più aggressive contro i Paesi che sostengono Kiev. Berlino parla di una guerra ombra diretta a destabilizzare le società europee; Praga non esclude, in scenari estremi, azioni militari limitate contro membri della Nato.

E poi c’è il dettaglio, apparentemente burocratico, dei missili Patriot. La Polonia avverte che alcune consegne subiranno ritardi per le pressioni sulle scorte legate alla guerra in Iran. La Polonia investe, la Lituania rafforza il confine con Kaliningrad, gli Stati baltici ricordano che la storia non è un archivio polveroso. Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare Nato, indica Varsavia come modello di deterrenza attiva. Ma prepararsi alla guerra per scongiurarla è cosa diversa dall’abituarsi a considerarla inevitabile.