La cifra, da sola, racconta la dimensione della partita: 22,9 miliardi di dollari in sette anni. È il valore del nuovo contratto assegnato dalla Marina degli Stati Uniti a Raytheon, società del gruppo RTX, per accelerare drasticamente la produzione dei missili da crociera Tomahawk. L’obiettivo è portare la capacità annuale dagli attuali circa 60 esemplari a oltre mille, trasformando una linea produttiva pensata per ritmi molto più contenuti in uno degli assi della ricostituzione dell’arsenale americano.
A febbraio il Pentagono e Raytheon avevano già siglato accordi-quadro pluriennali per aumentare la produzione di Tomahawk, AMRAAM, SM-3 e SM-6. Il nuovo accordo porta però quella cornice a una dimensione finanziaria e industriale molto più concreta.
Il punto centrale non è soltanto quanti missili gli Stati Uniti possano produrre, ma quanto rapidamente riescano a ricostituire quelli utilizzati. Ed è proprio qui che la guerra contro l’Iran ha evidenziato una vulnerabilità della macchina militare americana. È il paradosso emerso dalla guerra: gli Stati Uniti dispongono di una capacità militare tecnologicamente superiore, ma alcune delle armi più sofisticate non possono essere semplicemente “riordinate” e consegnate nel giro di poche settimane. Sono sistemi complessi, prodotti attraverso catene industriali specializzate che per anni hanno lavorato a ritmi relativamente bassi.
Un’analisi del Center for Strategic and International Studies ha stimato che durante il conflitto Washington abbia quasi esaurito le proprie scorte di alcuni missili di precisione a lungo raggio, tra cui gli ATACMs e i PrSM. La stessa analisi indicava un forte utilizzo degli intercettori destinati alla difesa aerea e missilistica: circa il 65% dei Patriot e il 38% dei THAAD risultavano impiegati, mentre quasi metà dei Tomahawk disponibili sarebbe stata utilizzata. La stessa analisi ha stimato che per ricostituire completamente alcune scorte fondamentali potrebbero essere necessari almeno tre anni. Per i Tomahawk, il ritorno ai livelli precedenti alla guerra potrebbe arrivare soltanto intorno al 2030.
Raytheon aveva già annunciato investimenti negli impianti dedicati ai Tomahawk, in particolare a Tucson, in Arizona. Nel 2025 RTX aveva previsto 2,6 miliardi di dollari di investimenti di capitale destinati anche all’espansione delle capacità produttive.
Il Tomahawk rimane uno degli strumenti più importanti della capacità americana di attacco a distanza. Viene lanciato da navi e sottomarini e può colpire obiettivi a circa 1.000 miglia di distanza, anche all’interno di spazi aerei fortemente difesi.
La questione riguarda anche gli alleati. Il Giappone, per esempio, ha ordinato 400 Tomahawk nel 2024 per equipaggiare i propri cacciatorpediniere. La domanda internazionale aumenta dunque la pressione su una linea produttiva che deve contemporaneamente alimentare le scorte statunitensi e soddisfare le esigenze dei partner.
Nelle ultime settimane il Pentagono ha concluso o accelerato accordi con altri grandi contractor. Lockheed Martin è stata coinvolta nell’espansione della produzione dei Patriot, mentre Northrop Grumman è impegnata sull’aumento della capacità relativa ai sistemi THAAD. Un contratto da 58,6 miliardi di dollari per i Patriot era già stato annunciato a fine luglio nell’ambito dello sforzo per aumentare rapidamente la produzione.
