Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 08:18
Guerra

Trump e Zelensky, la guerra nella guerra: dagli insulti nello Studio Ovale alla nuova rottura sull’Ucraina

Il rapporto tra i due presidenti è diventato uno dei principali fattori di incertezza per il futuro dell’Ucraina

Lo scetticismo di Volodymyr e i suoi 20 punti

Una scazzottata verbale alla Casa Bianca, un iconico colloquio tête-à-tête nel bel mezzo del funerale di Papa Francesco e una sequela infinita di schermaglie e riallineamenti: si può riassumere così lo strano rapporto fra Donald Trump e Volodymyr Zelensky nella cornice della guerra in Ucraina. Un rapporto politico e personale che oggi vacilla ancor di più in seguito all’accordo tra Washington e Mosca.

Un legame costruito più sulle necessità che sulla fiducia, nel quale il destino dell’Ucraina si intreccia con le ambizioni politiche del presidente americano e con il suo tentativo di ridefinire i rapporti tra Washington e Mosca. Sullo sfondo, una divergenza di base: per Trump la priorità è arrivare a un accordo che ponga fine alla guerra, mentre per Zelensky la pace non può trasformarsi in una capitolazione davanti al Cremlino.

L’ultima crisi è esplosa ieri, quando Trump è intervenuto a gamba tesa nelle vicende politiche ucraine, arrivando a suggerire apertamente la sostituzione del presidente ucraino, accusandolo di non aver saputo concludere un accordo con la Russia e di contribuire all’aumento dei prezzi del diesel attraverso gli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe. Parole pronunciate all’indomani dell’intesa annunciata da Washington con Vladimir Putin sulle forniture di carburante russo, accompagnata da un allentamento delle sanzioni americane. La frattura si è consumata mentre i rappresentanti americani, ucraini ed europei erano impegnati a Miami nel tentativo di elaborare una proposta negoziale comune.

Era il febbraio dello scorso anno quando, poche settimane dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, il presidente americano aveva promesso di mettere rapidamente fine al conflitto, puntando su un negoziato diretto con Mosca. Una strategia che aveva immediatamente sollevato le preoccupazioni di Kiev, soprattutto dopo l’avvio di colloqui tra rappresentanti americani e russi in Arabia Saudita senza la partecipazione ucraina. Il 18 febbraio Trump aveva attribuito a Zelensky parte della responsabilità per il protrarsi della guerra, arrivando a sostenere che l’Ucraina avrebbe potuto evitare il conflitto attraverso un accordo. Il giorno successivo lo aveva definito un “dittatore senza elezioni”, contestando la mancata convocazione del voto presidenziale.

Ma il momento di massima tensione sarebbe arrivato il 28 febbraio successivo. Zelensky si era recato a Washington per discutere un accordo sulle risorse minerarie ucraine. Davanti alle telecamere del mondo intero, a innescare la discussione fu il confronto sulla possibilità di negoziare con Putin. Il vicepresidente JD Vance difese la strada della diplomazia, mentre Zelensky ricordò agli ospiti le precedenti violazioni degli accordi da parte della Russia, mettendo in dubbio l’affidabilità del Cremlino.

Trump intervenne accusando il presidente ucraino di non avere sufficiente forza negoziale e di mettere a rischio un’escalation mondiale. Al presidente ucraino venne poi contesta una grave mancanza di riconoscenza verso gli Stati Uniti che bastò a far terminare la visita bruscamente. Non ci furono né la firma dell’accordo sui minerali né la conferenza stampa congiunta.

La diffidenza tra i due presidenti, tuttavia, si può retrodatare alla campagna elettorale del 2024, quando il tycoon aveva ulteriormente inasprito i toni, descrivendo Zelensky come un abilissimo negoziatore capace di ottenere continuamente miliardi di dollari da Washington. Una rappresentazione che trasformava gli aiuti all’Ucraina da investimento strategico nella sicurezza europea a costo economico e politico per i contribuenti americani.

Dopo il disastro del febbraio dello scorso anno, il rapporto tra Washington e Kiev sembrò avviarsi verso un reset. Il 26 aprile i due leader si incontrarono in Vaticano, a margine dei funerali di Papa Francesco. Seduti uno di fronte all’altro nella Basilica di San Pietro, offrirono al mondo un’immagine radicalmente diversa da quella dello Studio Ovale. Il colloquio fu giudicato produttivo dalla Casa Bianca e il presidente ucraino lo presentò come un’occasione importante per discutere di cessate il fuoco, difesa aerea e garanzie di sicurezza. Pochi giorni dopo, il 30 aprile, Stati Uniti e Ucraina firmarono finalmente l’accordo sulle risorse minerarie che, tuttavia, non conteneva però garanzie militari esplicite, che rimanevano una delle principali richieste ucraine.

La distensione si rivelò fragile. Nell’agosto successivo Trump incontrò Putin in Alaska, rilanciando la prospettiva di un accordo con Mosca anche attraverso concessioni territoriali ucraine. Pochi giorni dopo, il 18 agosto, Zelensky tornò alla Casa Bianca: a fargli da chaperon, da alcuni dei principali leader europei, tra cui Emmanuel Macron, Keir Starmer e Giorgia Meloni, per discutere il futuro del negoziato e le possibili garanzie di sicurezza.

Negli ultimi mesi, il conflitto con l’Iran e l’aumento dei prezzi energetici hanno reso la questione del carburante particolarmente delicata per l’amministrazione americana, impegnata anche a contenere le conseguenze economiche del conflitto in vista delle midterm. È in questo contesto che Trump ha annunciato un accordo con Putin, scatenando l’ira di Zelensky.

Commenti