Donald Trump torna a rivendicare i risultati militari contro l’Iran e ribadisce che il regime non avrà l’arma nucleare. «L’abbiamo spazzato via», ripete il presidente americano riaffermando quello che è diventato il suo mantra. Durante un’intervista telefonica il tycoon assicura che Teheran «dispone di alcuni missili e droni, ma ha una capacità produttiva limitata», e «gli Stati Uniti controllano sostanzialmente lo Stretto di Hormuz e presto ne avranno il pieno controllo». Il vice presidente JD Vance, da parte sua, parla di una «nuova fase» della guerra, «in cui lo strumento più efficace a nostra disposizione è la pressione economica». «Noi esercitiamo pressione economica su di loro, e loro cercheranno di esercitarne una su di noi - sottolinea -. Tuttavia, ciò che è emerso chiaramente nelle ultime settimane è che hanno subito una pressione ben maggiore della nostra. Continueremo su questa strada, poiché riteniamo che sia il modo migliore per raggiungere l’obiettivo finale».
Dall’Iran, invece, arrivano teorie contrastanti. Il presidente Masoud Pezeshkian ritiene che sia giunto il momento di porre fine al conflitto contro gli Stati Uniti poiché si trovano in una posizione di forza rispetto a Washington. «È meglio porre fine alla guerra ora, mentre ci troviamo in una posizione di forza e dignità - spiega Pezeshkian -. Il mondo intero riconosce la nostra vittoria e sottolinea come l’America abbia attaccato le nostre scuole, i nostri ospedali e le nostre infrastrutture violando ogni norma, attirandosi l’odio globale». I leader di Teheran più intransigenti, invece, secondo funzionari iraniani e arabi, hanno trascorso gli ultimi due mesi a prepararsi per uno scontro di maggiore portata. Hanno conferito al potente Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica un maggiore controllo sull’esercito regolare, nominato a ruoli chiave veterani temprati dalla guerra con l’Iraq e dalle passate repressioni interne, aumentato le operazioni di controspionaggio nazionale e incrementare la produzione di missili e droni.
«In Iran è diffusa l’opinione che la guerra vera e propria
non sia ancora iniziata», dice al Wall Street Journal Mohammad Hassan Sangtarash, analista della difesa con sede a Teheran. «Ciò a cui abbiamo assistito finora viene sempre più interpretato attraverso la lente della tattica taglio a fette di salame - prosegue - ossia un’escalation limitata e graduale volta a indebolire le capacità avversarie in vista di uno scontro più ampio». E l’esperto di difesa Mark Dubowitz, numero uno della Foundation for Defense of Democracies, sulle colonne del New York Post lancia un altro avvertimento, ossia che l’Iran potrebbe lavorare a una «sorpresa di ottobre» in vista delle elezioni di metà mandato americane. Ad esempio, potrebbe attaccare Israele prima del voto provocando una risposta decisa che farebbe tornare il dossier al centro del dibattito internazionale, far schizzare i prezzi del petrolio e creare nuovi seri problemi economici a Trump e ai repubblicani in vista delle Midterm.
