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Guerra

Così gli Houthi costruiscono “missili fa da te” grazie alle spedizioni cinesi

Dalle armi iraniane ai componenti cinesi: ecco come gli Houthi hanno costruito una filiera militare quasi autonoma

Basta poco, o comunque molto meno di quello che si pensi, per costruire un missile artigianale: alette posteriori, restina fenolica, anelli meccanici, componenti elettronici, solo per citare qualche ingrediente, e poi qualcuno che sia in grado di unire il tutto. Per maggiori informazioni chiedere agli Houthi, un tempo dipendenti dall’Iran per l’approvvigionamento di armi finite e pronte all’uso, ma oggi in grado di realizzare “armi fai da te” in (quasi) totale autonomia. L’aspetto che consente di capire come diavolo abbiano fatto i ribelli yemeniti a raggiungere una simile condizione coinvolge indirettamente la Cina, o meglio, le forniture di componenti chiave provenienti da oltre Muraglia.

Le spedizioni sospette dalla Cina

Luglio, porto di Aden, sud dello Yemen. Una nave mercantile sequestrata dalle autorità yemenite e diretta a Hodeida, città sul Mar Rosso controllata dagli Houthi, ha fatto scattare una scintilla nella mente degli investigatori. Colpa del contenuto rinvenuto all’interno dei container che l’imbarcazione stava trasportando. Il carico comprendeva alette posteriori e altre parti simili a componenti utilizzati per assemblare un missile balistico iraniano. Ma anche resina fenolica, un materiale resistente al calore impiegato nella produzione di missili, e ulteriori componenti potenzialmente impiegabili per fabbricare droni e missili.

“Quando ho visto per la prima volta il contenuto, è stato subito chiaro che questa spedizione era diversa dalle altre che avevamo visto”, ha dichiarato Fawaz Al Bsesi, direttore generale del Dipartimento per i porti terrestri, marittimi e aerei di Aden, una branca dell’Unità antiterrorismo della città e parte dell’apparato di sicurezza istituito dal governo yemenita riconosciuto a livello internazionale che combatte gli Houthi.

Il materiale presente a bordo della nave era stato spedito dalla Cina. Come ha spiegato Bloomberg non ci sono prove del fatto che le aziende cinesi coinvolte nell’affare conoscessero la destinazione finale dei loro prodotti. Insieme ad altri sequestri avvenuti negli ultimi due anni, tuttavia, il carico dimostra di come il complesso militare-industriale dei ribelli yemeniti si sia espanso grazie ad attrezzature e componenti provenienti sempre più dall’Asia.

L’avanzata degli Houthi

Attenzione ai numeri. Secondo il centro di ricerca Century International, circa il 35% dei materiali sequestrati in spedizioni destinate agli Houthi tra il 2021 e il 2025 sarebbe risultato essere di origine cinese, rispetto al 21% proveniente dall’Iran. Il Dipartimento del Tesoro statunitense non ha inoltre dubbi nel sostenere l’esistenza di una rete legata agli Houthi che avrebbe acquistato armi e materiali sensibili dalla Russia.

La scoperta di luglio è tra l’altro avvenuta in un momento particolarmente delicato. Mentre le autorità ispezionavano il carico, infatti, gli Houthi venivano trascinati sempre più direttamente nel conflitto tra Stati Uniti e Iran e preparavano missili e droni che, nel giro di poche settimane, avrebbero colpito le infrastrutture petrolifere dell’Arabia Saudita. I ribelli stavano inoltre ammassando le proprie forze in vista di una possibile avanzata verso le coste affacciate sullo strategico stretto di Bab el-Mandeb.

A metà settembre, gli Houthi avevano conquistato l’intera costa yemenita del Mar Rosso, comprese le isole che controllano gli accessi a Bab el-Mandeb, spingendo l’Arabia Saudita a chiedere il sostegno degli Stati Uniti. Il gruppo ha in seguito rivendicato l’abbattimento di un caccia saudita utilizzando missili che avrebbero raggiunto altitudini mai toccate in precedenza da altri membri dell’Asse della Resistenza iraniana. Il quadro è diventato ancora più delicato con il blocco delle spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz da parte di Iran e Usa e con il rischio di un’eventuale prolungata chiusura del Bab el-Mandeb da parte dei ribelli yemeniti.

Cosa c’entra Pechino

In tutto ciò cosa c’entra Pechino? Ufficialmente e direttamente, un bel niente. Durante una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di luglio, però, gli Stati Uniti hanno puntato il dito contro il Dragone affermando, in relazione alle spedizioni cinesi verso lo Yemen che “oltre il 70% degli articoli a duplice uso proibiti o soggetti a restrizioni sequestrati tra gennaio 2025 e aprile 2026 proveniva dalla Cina”.

Il materiale sequestrato aiuta a comprendere come gli Houthi siano riusciti, nel corso di poco più di un decennio, a sviluppare il proprio arsenale. Il sito Alhurra ha scritto che il gruppo è passato da una dotazione basata soprattutto su armi leggere e sistemi di medio calibro a una forza capace di impiegare missili balistici e da crociera, missili antinave, droni, imbarcazioni senza equipaggio e sistemi di difesa aerea. Una parte decisiva di questa evoluzione sarebbe stata resa possibile dalla cattura, nel 2014, di basi e depositi dell’esercito yemenita, che permisero agli Houthi di entrare in possesso di carri armati, artiglieria, lanciarazzi, missili balistici e sistemi di difesa aerea.

Da allora, però, lo stesso arsenale sarebbe stato progressivamente ampliato con tecnologia e competenze provenienti dall’estero.

Ali al-Bukhaiti, ex membro degli Houthi poi passato all’opposizione, ha raccontato che il gruppo ha ricevuto sistemi missilistici dall’Iran e che esperti iraniani e figure legate a Hezbollah hanno contribuito a modificare alcuni dei missili catturati all’esercito yemenita, intervenendo in particolare sull’autonomia e sui sistemi di guida e controllo. In tutto questo i ribelli yemeniti hanno sviluppato anche la capacità di modificare droni commerciali e assemblare droni FPV, ricorrendo a componenti provenienti dall’Asia attraverso canali di approvvigionamento sia formali sia clandestini.

Il risultato è che gli Houthi non dipendono più esclusivamente dall’arrivo di sistemi d’arma completi: la loro capacità militare si baseerbbe sempre più sull’acquisizione di componenti, materie prime, macchinari e competenze tecniche che possono essere integrati nelle strutture controllate dal gruppo. La filiera, inoltre, si è allargata oltre l’Iran e comprenderebbe anche la Cina.

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