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Guerra

Gli americani se ne vanno, le milizie restano, l’Iran esulta: il rebus Iraq del dopo-Usa

Il ritiro di Washington apre una nuova fase per Baghdad: tra l’influenza iraniana, il rischio Isis e la difficile scommessa sul monopolio della forza dello Stato

FILE - U.S. Army Stf. Sgt. Chad Touchett, center, relaxes with comrades from A Company, 3rd Battalion, 7th Infantry Regiment, following a search in one of Saddam Hussein's palaces damaged after a bombing, in Baghdad, in this April 7, 2003. (AP Photo/John Moore, File) Associated Press / LaPresse Only italy and spain

Dopo più di vent’anni gli Stati Uniti lasciano l’Iraq. Restano indietro 4500 caduti e un futuro incerto per tutta l’area, nel pieno della guerra fra Washington e Teheran che ora potrebbe avere campo libero dal nemico.

Il ritiro era stato concordato nel 2024 sotto la presidenza di Joe Biden e ora è stato portato a compimento da Donald Trump, che ha salutato con entusiasmo la di quella che ha definito “una costosissima incursione all’inferno”. Il presidente ha dichiarato che gli Stati Uniti lasciano l’Iraq con il “meraviglioso” primo ministro Ali al-Zaidi, un leader che “si spera sarà in grado di gestire la situazione molto bene”. “Oggi sono lieto di annunciare che le ultime forze americane stanno lasciando l’Iraq! È passato molto tempo, a causa di decisioni pessime che ci hanno trascinato in questo pantano, ma presto tutto ciò farà parte della storia. Questo è un grande giorno per l’America”, ha scritto su Truth Social.

Un pantano, quello iracheno, che ha attraversato prima un braccio della war on terror post-11 settembre e poi la lotta allo Stato Islamico. Cosa resta, dunque, di quel dispositivo? Ieri il CENTCOM ha annunciato la partenza delle ultime forze americane da Erbil e la conclusione in Iraq della missione di Operation Inherent Resolve. Il comando della missione anti-ISIS resta comunque operativo, ma viene trasferito in Giordania, mentre il rapporto Washington-Baghdad dovrebbe evolversi, passando da una coalizione a una vera relazione bilaterale di difesa. Anche la NATO Mission Iraq formalmente continua. È una missione non combattente di consulenza e capacity building richiesta dal governo iracheno in suo supporto. Ma nel marzo scorso, a causa delle turbolenze regionali, tutto il personale NATO era già stato ricollocato da Baghdad al comando alleato di Napoli, da dove la missione continua le proprie attività.

V’è da chiedersi, a questo punto, cui prodest? L’uscita americana elimina dall’Iraq una presenza che aveva funzionato anche da contrappeso all’influenza iraniana. Le milizie sciite legate a Teheran stanno infatti presentando la partenza americana come una loro vittoria politica e militare. I gruppi di miliziani filo-iraniani ora non solo presentano la partenza come una manna dal cielo per il loro movimento. Non a caso, Abu Mojtaba al-Yasiri, comandante della Resistenza islamica in Iraq, si è affrettato a bollare il ritiro statunitense come “una vittoria storica per i gruppi di resistenza islamica iracheni e per gli iracheni onesti, e una sconfitta schiacciante per il progetto americano”.

Vi è poi un altro nodo caldo: il disarmo del territorio. Il governo iracheno deve affrontare la questione delle milizie sciite e delle armi al di fuori del pieno controllo statale. Il processo di disarmo incontra forti resistenze: alcuni gruppi hanno accettato di discutere la questione, altri continuano a rifiutare una scadenza imposta dal governo. Si tratta di uno dei principali banchi di prova della sovranità irachena dopo il ritiro americano. Il problema è che Baghdad non deve confrontarsi soltanto con gruppi clandestini, ma con formazioni che in parte sono inserite nelle Popular Mobilization Forces (PMF), formalmente appartenenti all’architettura di sicurezza statale, pur mantenendo in alcuni casi catene di comando e capacità militari autonome.

Circa dieci fazioni della cosiddetta Islamic Resistance in Iraq dispongono complessivamente di circa 50mila combattenti, oltre ad arsenali che comprendono missili a lungo raggio e sistemi antiaerei; cinque gruppi filo-iraniani hanno respinto la richiesta governativa di consegnare le armi, sciogliere le proprie strutture autonome e integrare gli uomini nelle forze statali. Il ritiro americano elimina inoltre una delle principali giustificazioni utilizzate in passato dalle milizie per conservare i propri arsenali — la presenza delle forze USA — senza però aver prodotto automaticamente il loro disarmo: solo alcune formazioni minori hanno accettato il disarmo, mentre gruppi più potenti vicini all’Iran hanno rifiutato o posto condizioni e l’obiettivo governativo è stato rinviato al giugno 2027.

Un’altraa grande ombra incombe sul futuro, inoltre: l’ISIS è piegato ma non sconfitto, ed è pronto a rialzare la testa. Il califfato territoriale è stato distrutto, ma l’organizzazione continua a costituire una minaccia terroristica. Se il Consiglio di Sicurezza ONU ha pubblicato nel luglio scorso il suo più recente rapporto strategico sulla minaccia globale rappresentata da Daesh, funzionari della sicurezza irachena hanno individuato una presunta cellula che preparava attentati suicidi in coincidenza con il ritiro americano. Il comandante curdo Sirwan Barzani ha sostenuto di aver osservato movimenti delle cellule dormienti nelle settimane precedenti alla partenza americana.

A temere la partenza delle forze americane ora sono soprattutto i curdi d’Iraq. Il premier del Kurdistan iracheno Masrour Barzani ha criticato duramente il ritiro in un’intervista al Financial Times, sostenendo che il Kurdistan viene lasciato vulnerabile proprio mentre la regione attraversa una fase estremamente instabile. Secondo il governo regionale curdo, il Kurdistan ha subito più di 1.000 attacchi con missili e droni durante il recente conflitto USA-Iran.

Se però gli Stati Uniti escono militarmente dall’Iraq, resta ancora molta America nel Paese. L’Iraq resta uno dei grandi produttori petroliferi mondiali e il settore energetico sta attirando nuovamente enormi investimenti occidentali. Baghdad punta ad aumentare significativamente la propria capacità produttiva: nel 2025, il petrolio rappresentava ancora l’88% delle entrate governative irachene.

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