"Ho rinunciato alla cima del K2. Mi tengo stretta la mia vita"

È tra le più note alpiniste italiane e ha avuto la forza di fermarsi durante la spedizione-tragedia in cui sono morti i suoi compagni

"Ho rinunciato alla cima del K2. Mi tengo stretta la mia vita"

Il prossimo obiettivo? Non ha una quota: è più profondo che alto e si chiama tranquillità. No, Tamara Lunger, a 34 anni, non ha appeso picozza e scarponi al chiodo, ma è in sosta, come si dice sulle pareti che frequenta lei. Ritrovarsi, darsi tempo, perdonarsi anche, «per non aver insistito nel dire ai miei compagni di non salire oltre». Un amico è morto fra le sue braccia, un secondo lo ha quasi visto precipitare, altri tre li ha salutati, dando loro appuntamento al giorno successivo. Invece sono rimasti lassù. Sergi Mingote e Atanas Skatov, prima, Ali Sadpara, John Snorri e Juan Pablo Mohr, poi, hanno sciolto il nodo che li legava alla cordata della vita e seguito il filo del destino. Lei è tornata a casa, ma il K2 lo scorso inverno l'ha trasformata in una sopravvissuta che vuole solo tornare a vivere. Fra le più talentuose alpiniste italiane, summiteer di due Ottomila, ne ha sfiorati altri 4.

Lunger sull'Himalaya ha già dimostrato di saper dove andare, ma anche di sapersi fermare in tempo. Come nel febbraio 2016, quando, alla vetta del Nanga Parbat, mancavano 70 metri di dislivello: a quelle quote non basta uno sprint. Gli amici di allora c'erano Simone Moro e anche Ali erano in cima: se li avesse raggiunti, sarebbe diventata la first lady del Nanga in invernale. Però, ha sentito ben altro richiamo, ha girato i tacchi chiodati e scelto la vita. Sua e dei compagni. Rinunciando con generosità, infatti, non li ha gravati della sua stanchezza, complicando la discesa di tutti. Giunta in quella minuscola tenda, che per ogni alpinista di ritorno è più lussuosa di un grand hotel, li ha attesi con la pila frontale accesa nelle tenebre e il fornello che scioglieva acqua per il te. A loro titoli e successo, a lei tanto merito. E la voglia di riprovarci, proprio con il K2 che dal 1954 è la montagna degli Italiani, quella di Ardito Desio con Lino Lacedelli e Achille Compagnoni e - guarda caso soprattutto di quei due che seppero rinunciare e sacrificarsi per il risultato di squadra, Walter Bonatti e l'hunza Mahdi.

Pensava che sarebbe finita così anche stavolta: lei ad attendere i compagni di ritorno dalla vetta?

«Il più duro degli Ottomila invernali non somiglia a nient'altro: nessuno lo aveva ancora scalato nella brutta stagione, ma sulle sue pendici si addensavano, ormai da anni, le ambizioni di tanti climber professionisti. È la cosa più dura che ho affrontato. È stato brutale, feroce».

Nel 2014, in estate, lei aveva già scalato il K2 per lasciarsi alle spalle una delusione d'amore.

«Avevo trasformato il problema in un'opportunità! L'inverno però cambia le regole dei monti. C'è più ghiaccio e meno neve, senza tracce da seguire. Serve più tecnica e i tempi di salita si dilatano. Al campo base del K2, per esempio, c'erano già meno 35 gradi, temperatura che d'estate trovi in cima».

Perché ha accettato questo invito fuori stagione?

«C'erano diverse spedizioni, anche clienti che sanno poco di montagna e si affidano totalmente agli sherpa. Ognuno aveva il suo accordo per la logistica e ci sentivamo tutti felici come bimbi al campo base. Indubbiamente c'erano anche momenti di stress, come quando si parlava di meteo, vento e tabelle di marcia per la cima. Tutti sembravano essere super esperti. Eppure, anche in questo clima di summit fever, c'era posto per tutti. Io mi isolavo: andavo nel punto dove il sole sparisce più tardi dietro alle cime e trovavo me stessa. Si, la montagna mi aveva chiamato ed io ero pronta».

Il 16 gennaio la svolta: sul K2 mettono piede per primi, battendo tutti voi sul tempo, 10 nepalesi, di etnia sherpa. Una rivincita per un popolo che ha sempre fatto da gregario. Che cosa succede?

«Succede una cosa bellissima: loro sono stati bravi, ero felicissima. Li ho visti tornare, il viso, le dita congelate, ma la gioia nello sguardo. Hanno colto tutti di sorpresa, indubbiamente. A 7mila metri hanno congedato anche il cameraman che è tornato dicendo: 'Vanno avanti, non so nulla!'. Se lo sono meritato, hanno attrezzato la via anche per chi sarebbe salito dopo, lavorando come bestie. Certamente la prima volta era andata, ma il K2 è tanta roba. Anche io mi ero riorganizzata in cordata. Avevo dormito a campo 3, a circa 6.600 metri. Sapevo, però, di non essere pronta per la cima e, da qualche giorno avevo tosse e dolore alle costole».

Lei si ferma, i suoi compagni, invece, quel 5 febbraio, proseguono. Quanta voglia di rivalsa c'era, dopo il successo dei nepalesi?

«Juan Pablo Mohr mi disse: 'Salgo, aspettami, poi ti prometto che risalgo con te'. Non volevo trattenerlo: a campo 3 sembrava a casa sua, senza affanno. Chi ero io per dire a lui che cosa non fare? Ali e John Snorri, invece, erano molto tesi e determinati: per loro, che erano al K2 già da un mese, era stata una sberla l'exploit dei nepalesi. Era cresciuta anche la pressione sui social: 'O vetta o morte', come se potesse non esserci altra opzione. Ali, negli anni, era diventato un forte alpinista, un esempio per i pakistani. Ora, suo malgrado è un eroe, ma lascia un enorme vuoto anche nella trasmissione della cultura di montagna che avrebbe potuto insegnare ai giovani del suo Paese».

Dove sono secondo lei?

«Questa estate il figlio di Ali ha annunciato di voler tornare per cercali. Lui era con me e partì con loro quel giorno, ma, giunto al celebre Collo di Bottiglia, è tornato indietro. La crux del percorso era questo crepaccio, strano, in verticale: ti costringeva a deviare dalla via normale. Secondo me sono arrivati in cima. Poi qualcosa di improvviso li ha fermati tutti insieme. A quelle quote, se accade qualcosa ad uno, gli altri danno segnali radio - se possono farlo - poi agiscono: non ti fermi a far compagnia a chi non può proseguire con temperature percepite di meno 70 o 80 gradi. Su di loro, invece, è calato il silenzio».

Lei intanto stava scendendo. Di nuovo sola, come nel 2016.

«Scendevo, sperando di girarmi e vederli arrivare. Ricordo la fatica, la solitudine, l'incidente di Atanas Skatov, il dolore, quindi la notte di stelle, bellissime, ma con la morte nel cuore. Esaurita la pila, ho illuminato gli ultimi crepacci con la luce del cellulare, vagando per ore. Mi dicevo 'Che cosa fai K2?'».

Lei ha scelto la vita.

«O la vita ha scelto me: devi saperti fermare e darle priorità. Non vuol dire ritirarsi ai primi problemi, ma serve il coraggio di dire basta, saper accettare la sofferenza della sconfitta. Per me significa dare ascolto a me stessa».

Anche se il suo libro s'intitola 'Io, gli Ottomila e la felicità', mi par di capire che è rimasta poca felicità e che non tornerà sull'Himalaya o Karakorum, almeno in inverno

«Ognuno ha il suo destino e nulla succede per caso. Sono grata di essermi fermata. Resta la felicità per aver conosciuto persone così speciali. Sono una sognatrice, profondamente innamorata dei monti. Ed è giusto porsi degli obiettivi: ora per me il K2 ha perso questo senso. Magari quando i materiali, con abiti tipo astronauta, permetteranno di adattarsi alla rigidità delle condizioni, ci penserò. Di sicuro non prenderò più parte ad una spedizione solo per far piacere a qualcuno. Questo non vuol dire che non tornerò in Pakistan. Anzi».

Quando?

«A luglio sarò fra Skardu ed Askole, con gli amici di JP Mohr per un progetto dedicato in particolare alle bambine: vogliamo avviarle all'arrampicata. Monteremo una parete artificiale: bisogna passare attraverso il sistema della scuola per convincere i genitori a lasciarle provare».

Prima di partire per una spedizione, lei convoca tutti i suoi amici e li saluta. Come ha vissuto il lockdown del rientro e quanto è stato importante ritrovare gli affetti?

«Mi piace partire sapendo di aver salutato tutti. Quando sono rientrata la scorsa primavera, al contrario, mi è mancato l'abbraccio ed il contatto, ma so anche stare molto bene da sola, soprattutto ora che sono in una lavatrice di emozioni e devo uscirne innanzitutto da sola e per me stessa».

Simone Moro è stato il suo talent scout: la notò nella classe di sua moglie, insegnante di atletica. Lo scorso anno sul ghiacciaio dei Gasherbrum gli ha sostanzialmente salvato la vita: è un cerchio che si chiude?

«Simone è un amico, resta una cordata fondamentale nella mia vita. È stato presente, pur essendo impegnato a sua volta sul Manaslu, anche durante i giorni del K2».

Riannodiamo la corda della sua vita: c'è anche il filo di un uncinetto, giusto?

«La mia passione, merito della nonna: me lo portavo anche in spedizione. Ero brava: tende, centrini, tovagliette. Aiuta a rilassare la mente».

Strano hobby per chi voleva fare il macellaio come piano B, non trova?

«Semmai è più strano il lancio del disco. Volevo fare il macellaio, ne ho sempre ammirato la forza: li vedevo spostare le mezzene e pensavo che sarebbe stato un ottimo allenamento. A scuola, al liceo sportivo di Vipiteno, invece, avevo scelto gli sport estivi, nemmeno la neve! Me la cavo con l'atletica, ma dopo un problema al ginocchio, mi fanno provare il disco. Divento anche brava (E modesta: è stata due volte vice campionessa italiana ndr), ma dopo 5 anni, mi stufo: troppo ripetitivo. Stare chiusa in uno stadio non faceva per me».

Così cede al richiamo di papà Hansjoerg, e diventa come lui scialpinista, campionessa del mondo nel 2008: che cosa le piaceva di questo sport e come giudica il fatto che potrebbe diventare disciplina olimpica con i Giochi italiani del 2026?

«Ho sempre amato le gare in ambiente, ma trovo interessante che si siano creati dei format come le più brevi gare sprint o vertical per rispondere alle esigenze tv di un'Olimpiade. Allora amavo le gare in team: ho ricordi indelebili con le mie compagne».

Una cordata proprio come nell'alpinismo: il cronometro invece l'aveva stufata?

«Si, l'idea di squadra c'è e non è l'unica eredità dello scialpinismo: anche se in montagna non gareggio più contro un cronometro, essere veloci permette spesso di procedere in sicurezza».

La scorsa estate ha girato l'Italia in camper per scalare le cime più alte: che cosa ha scoperto?

«Dicevano che da altoatesina ero diventata italiana: io mi sono sentita da subito a casa ovunque, sempre accolta. Forse in Alto Adige sarà difficile perdersi perché è pieno di cartelli, ma che montagne e sentieri tosti che ho trovato in Sicilia».

Come si fa a restare donna e non primadonna ad un campo base dove, almeno via social, spesso vediamo litigi e trame l'un contro l'altro?

«Ah ah, noi donne siamo più avanti, restiamo concentrate. Forse gli uomini avvertono sempre il desiderio di farsi valere. Io porto gli stessi pesi, non voglio sconti quando siamo in spedizione, ma tengo a sottolineare il mio approccio femminile. Fra i monti come nella vita, ho bisogno di piangere quando serve e di trovare una spalla su cui farlo. Per me la femminilità, a qualunque quota, è mix di intuizione e connessione con il luogo dove ti trovi, a differenza di quanti sono invece più orientati a far vedere e dover dimostrare di valere uguale».

Non sogna mai un'avventura in un luogo piatto, senza cime?

«Certo, vorrei tornare in Mongolia: gente meravigliosa, diretta, che vuole comunicare, nonostante la lingua, in ogni modo».

Una vita normale è da escludersi?

«Per me non è normale finire risucchiata dalla burocrazia, dalle mille carte che servono tutti i giorni per ogni cosa: mi mancherebbe l'aria, più che su un Ottomila».

Parla da extraterrestre, ma come spiegherebbe ad un marziano la sua vita?

«Lo porterei in un bosco e gli direi: 'Respira, ascolta te stesso e la forza della natura'. Se non capisce che cosa amo e faccio, lo rimando indietro. E forse lo seguo per vedere com'è Marte».

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