«I bestseller mi concedono il lusso di fare l’avvocato»

Il suo sogno di essere scrittore risale a quando aveva poco più di dieci anni, e fantasticava di diventare il nuovo James Joyce mentre leggeva d’un fiato Charles Dickens e T.S. Eliot. Poi si innamorò perdutamente della legge e si sa come è andata a finire: è diventato il maestro del legal-thriller, il genere che non a caso sublima il connubio tra letteratura e diritto. Ora è lo scrittore-avvocato più famoso del mondo.
Scott Turow, nato a Chicago sessantuno anni fa, una laurea ad Harvard e una serie di libri culto che continuano ad andare in testa alle classifiche, non sarà diventato il nuovo James Joyce, ma un autore «universale» certamente sì. I suoi romanzi ambientati nelle aule di tribunali e nei meandri delle pulsioni umane hanno venduto nel mondo più di 25 milioni di copie, sono stati tradotti in 20 lingue e hanno ispirato film popolarissimi e di cassetta. Il suo capolavoro, uscito nel 1987, il best-seller dei suoi best-seller, è ovviamente Presunto innocente, portato sullo schermo nel 1990 da Alan J. Pakula con un grande Harrison Ford. Ora, a più di vent’anni di distanza da quella «vecchia storia», dopo aver spergiurato mille volte che non sarebbe tornato sul luogo del delitto, Scott Turow ha deciso di regalare ai suoi fan (e a se stesso) il sequel del suo più grande successo letterario. E così, ecco a voi Innocente (Mondadori), opera-evento del Salone del libro di Torino.
Nel nuovo romanzo - esaltato dalla critica americana, che raramente concede una seconda chance allo stessa storia - Rusty Sabich, il protagonista di allora e di oggi, ha ormai 60 anni, è diventato presidente della Corte d’appello della Contea di Kindle ed è in corsa per una poltrona alla Corte suprema. Sua moglie Barbara, con la quale è tornato a vivere, continua a soffrire di crisi depressive. Il piccolo Nat, il figlio, ha intrapreso, anche lui, la carriera forense. E Tommy Molto è ancora l’avversario di un tempo. In più, una nuova, inquietante figura femminile: Anna, assistente nell’ufficio di Rusty, troppo giovane e troppo bella per non creare problemi... Il destino, a volte, ama ripetersi.
Scott Turow, che effetto le ha fatto tornare sul luogo del delitto dopo più di vent’anni: paura, emozione, curiosità?
«All’inizio mi sentivo pietrificato, come scrivere con un avvoltoio dietro le spalle. Presunto innocente ha avuto un successo enorme, forse irripetibile per me. Non è stato per nulla facile. Però sono stato felice di questa riunione con i miei personaggi. Sono cambiati, certo, a partire da Rusty: il suo processo è stato una catastrofe per lui, ma un trionfo per me. Adesso era venuto il momento di capire come Rusty fosse riuscito a rimettere insieme i pezzi di un’esistenza e di una professione che gli si erano ritorte contro, dopo essere stato accusato erroneamente. È stato bello vedere, e raccontare, quanto sono cambiati tutti».
Anche lei è cambiato in vent’anni.
«Sono più “anziano”. Ma spero anche più saggio. Più maturo forse come scrittore, e più distaccato dagli eventi e dalle passioni come uomo. Sono più disposto a passare sopra le cose, a perdonare, e credo di aver guadagnato una visione più ampia della vita».
Anche Innocente diventerà un film? E le era piaciuta l’opera di Pakula?
«Mi piacque moltissimo, perché è molto fedele al mio libro. E con il regista mi trovai benissimo. Non è facile, perché molti miei colleghi scrittori si sono sentiti completamente traditi quando i loro romanzi si sono trasformati in opere cinematografiche. Per quanto riguarda il mio nuovo libro, non so: a Hollywood se ne sta parlando, ma fare un film è come mettere insieme un puzzle molto complicato: trovare il regista giusto, lo sceneggiatore, gli attori... Se si vuole andare sul sicuro bisogna fare le cose con calma. Vedremo».
Da noi si dice che in America la categoria professionale più odiata è quella degli avvocati. È vero?
«Mah, devo dire che ogni anno la Gallup fa un’inchiesta nazionale sulle categorie ritenute più affidabili dagli americani. E ogni anno gli avvocati sono molto in basso nella classifica. Ma sotto di loro ci sono i venditori di automobili, gli assicuratori, i membri del Congresso. E i giornalisti».
Però, a giudicare dalla quantità di romanzi e film di successo ambientati tra studi legali e tribunali, gli avvocati affascinano anche molto...
«Il cittadino medio americano da una parte detesta gli avvocati perché utilizzano la loro conoscenza della legge per aggirarla, dall’altra è intrigato dalle questioni che finiscono nelle aule di giustizia. C’è un senso di attrazione e repulsione per la figura dell’avvocato, che infatti raramente la fiction dipinge sotto l’unica luce della virtù».
Perché uno come lei, scrittore di grande successo e, si suppone, di altrettanta ricchezza, continua a esercitare la professione di avvocato?
«Non certo per i soldi, mi creda. Scelgo solo i casi che mi interessano di più, da un punto di vista romanzesco o legale. Fare l’avvocato mi permette di conoscere da vicino aspetti sempre inediti della natura umana, cosa che la letteratura da sola non sempre riesce a fare».
Come vive il mestiere dello scrittore?
«Mi piace molto scrivere al mattino. Per me una buona giornata di lavoro è quella in cui riesco a scrivere dalle tre alle cinque ore. È tutta una questione di disciplina. Una mia vecchia insegnante mi diceva sempre che bisogna mettere il culo sulla sedia tutti i giorni, perché i libri non si scrivono da soli. Tutto qui».
Lo scrittore americano che ama di più, oltre a Scott Turow?
«In questo momento Cormac McCarthy, senza dubbio».
I più grandi in assoluto?
«Charles Dickens, Graham Greene e Saul Bellow».
LMas

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