I tormenti dell'elefantino

Se c'è una parola che Donald Trump odia è "loser". Vuol dire perdente o, peggio, fallito

I tormenti dell'elefantino

Se c'è una parola che Donald Trump odia è «loser». Vuol dire perdente o, peggio, fallito. Il presidente la usa spesso nei suoi tweet e per lui è una specie di marchio di infamia. Eppure, se lo si confronta con tutti i presidenti repubblicani degli ultimi 90 anni è proprio Trump il «loser» per antonomasia.

Da quando è salito al potere ha perso la maggioranza alla Camera dei rappresentanti (elezioni di medio termine del 2018), ha ceduto la maggioranza al Senato (dopo il ballottaggio in Georgia del 5 gennaio) e non è riuscito a farsi rieleggere per un secondo mandato. Bisogna tornare a Herbert Hoover nel 1932 per trovare un tale filotto di risultati negativi. Allora, a pregiudicare le sorti del partito repubblicano era stato il crollo di Wall Street con la Grande depressione. Oggi a colpire è stata con tutta probabilità la stessa figura di Trump. O almeno così la pensano molti strateghi elettorali di simpatie repubblicane, in testa il leggendario Karl Rove, mente delle campagne di George W. Bush, oggi commentatore di Fox News ed editorialista per il Wall Street Journal.

In un recente commento, Rove ha dato tutta la colpa della sconfitta in Georgia, con la perdita della maggioranza nella Camera alta, al presidente fino a domani in carica. Con le sue infuocate parole sul voto rubato, le critiche furibonde al governatore Brian Kemp (repubblicano), reo di non appoggiarlo abbastanza, la telefonata al segretario di Stato Brad Raffensberger (anche lui repubblicano; era quello a cui chiedeva 11mila voti per cambiare l'esito delle elezioni) Trump avrebbe ottenuto un unico risultato: far confluire le schede di elettori indipendenti e repubblicani soft verso i candidati democratici.

La situazione potrebbe essere destinata a ripetersi: perché senza Trump i candidati conservatori non vincono, ma nel futuro rischiano di non vincere nemmeno con lui. È il frutto della benedizione, e della condanna, che il tycoon diventato politico porta con sé: il suo carisma riesce a mobilitare come nessun altro la base di destra, il problema è che mobilita allo stesso modo gli avversari. Nell'ultima tornata elettorale, con 74,2 milioni di voti Trump ha superato di gran lunga ogni candidato repubblicano della storia. Ma Joe Biden, con i suoi 81,2 milioni, ha stabilito il record dei record.

UNO SGUARDO AL CENTRO

Nonostante le decine di sentenze che gli hanno dato torto, nonostante la mancanza di prove sulle presunte frodi, nonostante l'assalto al Campidoglio, sette elettori repubblicani su 10 pensano che le ultime elezioni siano state «rubate». Tanti. Ma non abbastanza per vincere, visto che gli altri potenziali elettori, più lui radicalizza le sue posizioni, più sembrano allontanarsi. «Ci sono evidenze sempre più forti che un numero rilevante di votanti trova ormai respingenti le sue posizioni», ha dichiarato a un giornale Mark Smith, direttore del Centro di studi politici alla Cedarville University dell'Ohio. «E questo accade soprattutto nei sobborghi delle grandi città».

Ecco, i sobborghi borghesi: la terra promessa delle campagne elettorali americane, i quartieri delle «soccer moms», le mamme che portano i figli a giocare a calcio, i luoghi per definizione di buon senso e moderazione. Nei suburbs i presidenti repubblicani di maggior successo, da Nixon fino a Bush, con un maestro come Ronald Reagan, hanno costruito il loro successo. In tutti i casi la formula magica è stata il matrimonio tra i cosiddetti social e fiscal conservatives. I primi attenti soprattutto ai valori morali, religiosi e a temi come l'aborto; i secondi sensibili soprattutto ai tagli delle tasse, alle norme pro-business, alla libertà d'impresa. Per tutti i grandi del passato la parola d'ordine è sempre stata una sola: inclusività. Non è proprio questo il punto forte di Trump, che ha spostato l'asse del suo elettorato sempre di più sul gruppo etnico bianco e soprattutto sulla classe lavoratrice in difficoltà di fronte a un'America che cambia. Anche qui la Georgia è considerata un esempio, visto che, secondo gli analisti, il voto è stato perso proprio nei suburbs e per i voti dei giovani professionisti dei settori economici emergenti.

A complicare le cose per i repubblicani sono le previsioni demografiche: nell'autunno scorso, appena prima del voto presidenziale un prestigioso centro studi, Brookings Institution, presentò una corposa ricerca sulla composizione dell'elettorato americano dal momento dell'elezione di Trump fino al 2036 (vedi grafico in queste pagine): in vent'anni il peso del gruppo etnico bianco diminuirà di 10 punti percentuali, cresceranno gli asiatici e soprattutto gli ispanici che passeranno dal 12 al 19% del totale. Quanto a Trump in particolare il suo bacino preferenziale (gli elettori bianchi senza diploma) crollerà dal 46 al 34%. Sono tutti cambiamenti che giocano a favore dei democratici. Con buona pace degli immigrati cubani che hanno consentito al presidente uscente di conquistare la Florida e senza contare il fatto che, secondo Brookings, gli elettori più giovani, i Millenial (nati dopo gli anni Ottanta) e la Generazione Z (nata dalla fine dei Novanta in poi) sembrano meno pronti a convergere verso destra con il trascorrere degli anni.

LOTTA INTESTINA

Anche per questo la scena della politica Usa dei prossimi mesi sarà occupata da due spettacoli: il primo sarà quello dei democratici impegnati nella resa dei conti con l'ormai ex presidente. Il secondo vedrà protagonista lo stesso Trump e il suo partito, che cercherà di liberarsi dell'ingombrante e ormai compromesso leader. Non è un mistero che molti esponenti repubblicani di vertice si sentano in qualche modo ostaggio dei rapporti del presidente uscente con la base.

Se ne è accorto, per così dire, fisicamente, Lindsey Graham, senatore per la Carolina del Sud ed ex candidato presidenziale. Per quattro anni si è comportato da fedele alleato di Trump, poi dopo l'assalto al Campidoglio, ha deciso di chiudere una volta per sempre la questione elezioni, riconoscendo la legittimità della vittoria di Biden. Tanto è bastato perché all'aeroporto di Washington venisse aggredito dai sostenitori di Trump al grido di «traditore».

Le strategie di chi cerca di scalzare l'ex presidente sono già evidenti: c'è chi, come Ted Cruz, texano, senatore ed anche lui candidato nel 2016, si è mantenuto fedele all'ex rivale Donald anche negli ultimi giorni. Secondo molti analisti cerca semplicemente di mantenersi in scia al presidente uscente, sperando di ereditarne i consensi in vista di una candidatura nel 2024. Al contrario c'è chi ha deciso di rompere i ponti, puntando su un rinnovamento totale del partito (ma, pare, tenendo d'occhio anche qui una candidatura). È il caso di Liza Cheney, figlia dell'ex ministro di Bush e presidente dell'House Republican Conference, una delle più importanti strutture del partito, una dei dieci repubblicani a votare alla Camera dei rappresentanti per l'impeachment.

IL RIVALE NON C'È

Trump, da parte sua, può contare sui 200 milioni di dollari che gli sono arrivati dai finanziatori dopo la giornata elettorale. Nessun presidente aveva mai incassato tanti soldi dopo una sconfitta elettorale. Anche se ora, dopo i fatti di Washington, il flusso di soldi si è praticamente azzerato (vedi anche l'articolo più sotto in questa pagina, ndr).

Dovrà fare i conti con i problemi giudiziari che lo aspettano a fine mandato: da una parte le «grane» legate alla gestione del suo gruppo finanziario; dall'altra la procedura di impeachment che potrebbe portare alla sua esclusione dalla vita politica. Al suo arco ha per il momento soprattutto una freccia: la mancanza di un rivale credibile a destra che possa sfidare la popolarità conquistata negli anni.

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