«Identità nelle differenze»

«L’Europa dev’essere oggi un modo di leggere il mondo, altrimenti lasciamo stare» afferma Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro di Milano, che ha già felicemente trasgredito l'area geografica in questione. Un luglio rovente di successi intercontinentali ha infatti caratterizzato la rassegna estiva del Piccolo: al Lincoln Centre di New York, la Trilogia della Villeggiatura di Toni Servillo ha chiuso nei giorni scorsi la strepitosa tournée, preceduta dalla trasferte a Tokyo con Arlecchino servitore di due padroni, e a Barcellona con Sogno di una notte di mezza estate per la regia di Luca Ronconi. La risposta di critica e pubblico all'estero è stata sorprendente e ha visto il nostro Paese felicemente protagonista delle pagine culturali dei quotidiani internazionali. Il direttore di questo complesso centro culturale che va sotto il nome di Piccolo Teatro di Milano, Sergio Escobar, lancia prima di tutto con i fatti il suo chiaro messaggio in risposta alla crisi del settore. L'eccellenza gestionale di questa istituzione, che si autofinanzia per il 51,16% e destina il 70% del proprio bilancio alla creazione artistica, ha permesso al teatro di casa nostra uno slancio su scala mondiale. Una realtà in cui si tira un sospiro di sollievo rispetto al catastrofismo generale, intriso di affermazioni generiche sulla gestione dei bilanci dei teatri pubblici, con cui si rischia, come afferma lo stesso Escobar, «di sparare nel mucchio". Nelle riflessioni del direttore si parte proprio da Milano, sede di questo progetto culturale che abbraccia una serie di iniziative a 360°, dalla formazione alla creazione di centri multimediali.
Tre trasferte in tre continenti grazie anche alla sana gestione finanziaria, l'immagine del Piccolo all'estero ormai non solo teatro d'Europa...
«L'Europa deve essere oggi una chiave di lettura a nostra disposizione: geograficamente sarebbe un limite superato e già contraddetto dalla nuova realtà sociale della stessa città. Non credo che la perdita d'identità di Milano di cui tanto si parla si possa risolvere nei convegni, nelle riflessioni tra intellettuali. La strada deve essere quella di sentirsi pronti e disponibili a leggere i profondi cambiamenti che attraversano la città. Non più un'identità fissata che interagisce con l'esterno, bensì una dimensione dinamica in continua mutazione da assumere come riferimento».
Questa lettura della realtà contemporanea come si riflette nelle scelte operative del suo teatro?
«L'elemento internazionale si può riassumere in due linee complementari tra loro: da una parte le tournée all'estero, dall'altra la programmazione di spettacoli in lingua originale, non relegati in una sezione speciale, bensì elementi di colore che virano la stagione. Dopo la riapertura in autunno, la storica sede di via Rovello 2 ospiterà come primo spettacolo della stagione il lavoro di Lev Dodin, protagonisti i giovani migliori interpreti dell'Accademia teatrale milanese. Una scelta mirata a riaffermare la naturale apertura internazionale e a testimoniare il convincimento che c'è molto da fare per ricostruire il racconto della città. Fino agli anni Sessanta c'erano nuclei sociali precisi che delineavano un idea di cittadinanza: il teatro ha vissuto in quegli anni una fase epica perchè la città era rappresentabile. L'immigrazione era un fenomeno marginale, asservito a un sistema, ma negli attraversamenti successivi l'assorbimento dell'immigrazione non è stato più controllabile; la città è cambiata, si è sfrangiata rispetto ai nuclei definiti precedenti».
La programmazione della stagione, comprese le iniziative collegate come la nuova tv web del Piccolo, che aprirà una linea di comunicazione diretta e approfondita con il pubblico, tendono a riflettere quindi la composizione sociale poliedrica dell'area urbana contemporanea. Qual è stata la risposta dei giovani quest'anno?
«Il 50 % del nostro pubblico è al di sotto dei 26 anni, a loro è affidata il compito di vivere la città mettendo da parte la paura, vivendo la normale compresenza di linguaggi per creare un nuovo modo di raccontare, in un contesto condiviso nel quale le differenze sono la vera identità della città. Questa è la funzione più mediata del teatro: ricostruire un’idea di cittadinanza che non è più riconducibile all'anagrafe. Parole, culture diverse sono le condizioni reali di questa grande sfida per Milano, che non può cercare se stessa interrogandosi solo sul passato. Il pubblico non coincide più solo con la cittadinanza, ma raggiunge una componente eterogenea che è il nuovo volto di cui prendere coscienza».
Qual è stato lo spettacolo più significativo di questo nuovo approccio?
«Infinities con la regia di Ronconi per me è stato lo spettacolo più emblematico sulla città, perché ha cercato un modo di raccontare l'irraccontabile. Nato nel 2001 alla Bovisa, una zona allora ancora dimenticata ma già fortemente sintomatica dei cambiamenti in atto, all'interno del Politecnico, che ha avuto tramite questa esperienza una visibilità diversa. Questa collocazione è stata il contesto naturale per sottolineare la nuova identità internazionale che investe il nostro quotidiano».
Nella programmazione di quest'anno c’è un’attenzione particolare al teatro civile. Una delle nuove produzioni della prossima stagione sarà il lavoro di Saviano «La bellezza e l'inferno» con la regia di Serena Sinigaglia.
«Anche il teatro civile vive il cambiamento profondo di cui parliamo. Oggi non si tratta più di un teatro politico che afferma soluzioni: si tratta di raccontare, far sapere e far interrogare la gente sulla realtà. Il racconto diventa una struttura dinamica che non congela lo stato delle cose. La società frantumata e attraversata dal mondo trova un nuovo linguaggio per porsi le domande che ci accomunano al di là delle dogane intellettuali e fisiche».
Una funzione sociale del teatro che opera all'interno del tessuto in cui nasce e si apre al mondo …
«La cultura e lo spettacolo sono un elemento di sviluppo essenziale di un paese. Perciò è paradossale l'esclusione del settore dai provvedimenti anticrisi del governo, o i tagli al Fus ridotto dal 1996 già a un terzo del suo valore reale. Nel nostro settore c'è un impatto occupazionale e una richiesta di altissima specializzazione anche per i giovani e lo sviluppo economico generato da questa attività va ben oltre il ritorno turistico per il Paese. Sviluppare cultura vuol dire sviluppare relazioni con gli altri Paesi, avere gli strumenti, la capacità critica per leggere il presente e capire il futuro. Tutto ciò rende competitivo un Paese. Impoverendo ulteriormente le risorse a disposizione, si rischia di far fermare imprese che hanno una risposta reale nella società, a causa di un’analisi politica superficiale. Tutto ciò può avere effetti disastrosi sull'intero Paese».
Lei auspica un intervento legislativo generale che tenga anche conto della specificità del Piccolo?
«E' la funzione che svolge questo teatro a richiedere una strategia legislativa adeguata, non l'importanza rispetto ad altre realtà. Ciascun soggetto richiede una valutazione specifica che ne valorizzi la funzione. Alcune regioni hanno una funzione storica diversa dalla nostra. Il Piccolo, del resto, non è un teatro regionale: sarebbe un insulto alla capacità strategica del legislatore considerarlo tale. Auspico quindi una legge normale che riconosca le funzioni particolari dei soggetti che tratta. Il rischio del livellamento di tutte le realtà è quello di abbassare il livello medio del teatro, come è accaduto per lo standard formativo delle università».

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