«Sono pronto a dire tutto, alla commissione Covid o alla “Verità”». L’inchiesta del Giornale risveglia l’ex commissario all’Emergenza Domenico Arcuri, che a Giacomo Amadori rivela una circostanza inquietante: «Ho visto Giuseppe Conte il 18 giugno scorso», il giorno dopo la sua convocazione in commissione Covid che M5s avrebbe voluto in forma libera (senza l’obbligo di dire la verità). «Ho chiesto di essere sentito da loro, se non mi chiamano porterò a voi della “Verità” tutte le carte», dice Arcuri ad Amadori, che da settimane non scriveva più di pandemia e Covid.
Un pizzino vero e proprio che inguaia l’ex presidente del Consiglio. Perché se è vero che Arcuri è stato archiviato da tutte le accuse, il leader M5s aveva detto di non essersi mai occupato di mascherine. Allora perché vedere Arcuri? Doveva concordare la sua audizione come in passato ha fatto l’ex Pg di Palermo Roberto Scarpinato con l’ex collega Gioacchino Natoli, indagato per favoreggiamento da Caltanissetta? Perché Conte fa parte della commissione che indaga sulla pandemia e per questo non può essere audito, anche se lui da mesi offre la sua disponibilità a parlare. «Deve dimettersi, farsi interrogare e tornare in commissione», ripete da settimane il presidente Marco Lisei. «Anche i presidenti di Camera e Senato hanno fatto capire che è una strada percorribile», sottolinea l’esponente Fdi ma Conte traccheggia.
Di cosa hanno parlato lui e Arcuri? Delle commissioni da 200 milioni dietro l’appalto da 1,25 miliardi di euro per 800 milioni di mascherine cinesi farlocche. Come ricostruisce «La Verità», l’ex commissario Covid il giorno dopo aver visto Conte manda una lettera al presidente Lisei: «Non sussiste da parte del sottoscritto alcun problema né alcun impedimento ad essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale, come peraltro previsto dalla vigente normativa, fornendo il più adeguato materiale probatorio».
«La lettera è stata concordata con Conte la sera precedente?», si chiede la «Verità». Ad Amadori lo staff di Conte nega, Arcuri manda una frecciatina al Giornale, accusandolo di lavorare «con un tasso di professionalità informativa» inferiore a quello della «Verità», a cui rivela un altro paio di informazioni: «Quando Conte è diventato presidente del Consiglio, io non l’avevo mai visto in vita mia. Abbiamo collaborato per questioni legate al Mezzogiorno per il mio ruolo di amministratore delegato di Invitalia. Quando mi ha chiesto di fare il commissario ho accettato e abbiamo stabilito, come con tutti gli attori di quella stagione, un rapporto di consuetudine. Lo chiami lei come vuole. Dopodiché, viste le tristi vicende che mi hanno colpito, diciamo che questo rapporto di consuetudine e di collaborazione si è trasformato in un rapporto di amicizia». I due si vedono spesso, c’entra Massimo D’Alema, amico di entrambi? «No, non lo vedo da molti anni, con Conte ci capita di vederci, ma non è che abbiamo appuntamenti fissi, né ricorrenti. Con lui parliamo di tutto e di niente come persone che hanno condiviso una stagione brutta, e noi solo sappiamo quanto brutta, e che si sentono ingiustamente perseguitati».
Che l’ex ad di Invitalia abbia voglia di parlare ancora, alla commissione o alla «Verità», è certo. Forte di carte inedite che probabilmente conserva, che è pronto a esibire a chi vorrà e di cui è convinto possano dimostrare la sua estraneità a quello che il Giornale contesta a lui, alla Struttura commissariale e ai mediatori che si sono arricchiti con mascherine farlocche.
«Con tutto quello che mi è successo, secondo lei, ho problemi ad andare in escussione testimoniale? Se non lo faranno, mi sentirò libero di venire da voi e dire ciò che voglio». La verità, tutta la verità, nient’altro che «la Verità».