Dentro Montecitorio si discute la legge contro l’antisemitismo. Fuori, a pochi metri dall’ingresso della Camera, sventolano i vessilli di Hezbollah, delle Brigate Ezzedin al-Qassam di Hamas e della Jihad Islamica Palestinese.
È il paradosso della giornata romana del 2 ottobre: mentre nell’Aula della Camera arriva la discussione sulle linee generali del ddl sull’antisemitismo, in piazza va in scena il nuovo presidio organizzato per chiedere al Parlamento di fermare il disegno di legge già approvato al Senato.
Una mobilitazione convocata dalle 14 alle 16 e promossa dalla solita rete di oltre 250 realtà contrarie al ddl, che contestano anche l’adozione della definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA fingendo che ci siano conseguenze sulla libertà di espressione e sulla possibilità di criticare Israele.
Tra le realtà figurano Amnesty International, BDS Italia, Arci, sindacati, la Rete #NoBavaglio (che in un comunicato congiunto si discostano dalle bandiere presenti nelle piazze), e i movimenti Propal con altre associazioni, che rivendicano fieramente la loro posizione. Chiedono la pace issando simboli riconducibili alle organizzazioni armate: il simbolo di Hezbollah è uno dei più evidenti. Dura la presa di posizione del console Onorario di Israele Marco Carrai, già vittima delle mobilitazioni violente e delle loro minacce: «A Roma si protesta con le bandiere di Hamas, Iran ed Hezbollah davanti al Parlamento contro la legge contro l’antisemitismo, manca la bandiera con la svastica e poi siamo al completo, mentre in Israele la Corte Suprema ammette i partiti arabi alle prossime elezioni. Sta tutta qui la differenza tra i terroristi con i loro fiancheggiatori e una democrazia». Ma le fronde violente trovano sponda in esponenti dell’attuale esposizione.
«Il sionismo è un’idea politica suprematista criminale», dice la deputata del M5S Stefania Ascari, mentre secondo la sua collega, la senatrice M5S Alessandra Maiorino «questo testo, anziché contrastarlo, rischia di rendere più difficile riconoscerlo e combatterlo», anche se non spiega in che modo si potrebbe mascherare l’oramai dilagante odio nei confronti degli ebrei. Ma forse dai banchi dell’opposizione non hanno ancora compreso di condividere la posizione di chi sventola la bandiera verde di Hamas gridando che quella è «la bandiera di chi resiste al genocidio». Per qualcuno si tratta di tappare la bocca, ma in un clima di crescente fondamentalismo islamico le misure intraprese sono solo l’inizio di un percorso di contrasto della radicalizzazione.
