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La bomba e le possibili reazioni: il clan Russo intercettato dai pm

La mossa della Procura alla ricerca della matrice dell’attentato Nelle chat sequestrate a Lavitola può esserci il link con Ranucci

La bomba e le possibili reazioni: il clan Russo intercettato dai pm
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Potrebbero arrivare dai tre cellulari sequestrati a Valter Lavitola elementi che collegherebbero l'ex editore dell’Avanti, indagato per strage aggravata dal metodo mafioso, all’attentato a Sigfrido Ranucci del 16 ottobre scorso. In particolare, rivela il Corriere, ci sarebbero dei messaggi rilevanti in tal senso tra il faccendiere e il suo factotum camerunense, Gomes Clesio Tavares, inquadrato in passato come dipendente della società Cefalù, quella che gestisce l'omonimo ristorante di Lavitola nel quartiere Monteverde di Roma. Ma che sarebbe per chi indaga anche l’intermediario che avrebbe comunicato per conto dell’ex editore con la banda di Avellino, incaricata di piazzare la bomba, anche se non si sa ancora perché vista l’amicizia tra il faccendiere e il giornalista.

Gli investigatori nell’ultimo mese hanno piazzato le telecamere anche fuori dal ristorante di Lavitola, oltre che dalla sua abitazione, per monitorare frequentazioni e contatti. Ma è tra i messaggi che si scava per collegare la presunta testa dell’attentato al gruppo che l’ha eseguito. E per accertare se vi siano altri soggetti coinvolti non ancora identificati. Finora il link che porta questa storia a Lavitola sarebbe proprio il suo tuttofare, che la banda dell’ordigno chiamava «O’Nir». Lui spiega al Giornale di aver conosciuto il faccendiere «molto prima» della loro detenzione comune tra il 2015 e il 2016 nel carcere di Secondigliano. Una conoscenza che risalirebbe, ci spiega il camerunense, ad almeno «25 anni fa» e nata «fuori dall’Italia». Ma gli investigatori descrivono Clesio Tavares anche come soggetto «affiliato» al clan camorristico Russo, che in passato avrebbe avuto l'incarico di riscuotere crediti con «l’intimidazione e la violenza».

Per questo sono stati messi sotto intercettazione diversi esponenti dell’organizzazione criminale, e sono stati registrati anche i colloqui avuti in carcere da due dei vertici del clan detenuti a Vicenza. L'obiettivo era monitorare l’eventualità che da lì potessero partire ordini destinati agli affiliati, ma anche captare commenti inerenti alla «matrice mandante» dell’attentato, o agli arresti della banda di Avellino. Uno dei membri di quest'ultima, Pellegrino D’Avino, incensurato, ha dichiarato spontaneamente ai pm che con la bomba «nessuno voleva far male a nessuno», e che sì, con il camerunese aveva rapporti di amicizia. Con la fidanzata, Marika De Filippis, ai domiciliari, anche lei accusata di aver fatto parte del commando, progettavano per giugno una vacanza in Albania «per svago, non per sottrarsi alle indagini». Tavares invece, emerge dalle intercettazioni «aveva intenzione di fare rientro» dal Camerun «la notte del 29 maggio». Poi però qualcosa l’ha spinto a posticipare a luglio: «Chill torn a luglio (…)», diceva intercettata la sua compagna.

Nel frattempo sono arrivati gli arresti del gruppo di Avellino e lui è rimasto là. E del resto lo stesso Lavitola aveva già in tasca un biglietto per raggiungere il suo braccio destro nel Paese africano, dove i due hanno un business sui carbon credits, prima che i carabinieri bussassero a casa sua per perquisirlo. Il listino della banda di Avellino, che come emerge era avvezza all’uso di esplosivi e ad azioni intimidatorie su commissione, andava da poche centinaia di euro in su.

Bastavano 500 euro ad Antonio Passariello, l'uomo che avrebbe piazzato materialmente la bomba fuori dalla casa di Ranucci, per incendiare le auto su incarico. «Io appiccio le macchine a chi mi ra più sord», diceva. Manovalanza, insomma. Gli inquirenti vogliono capire chi li abbia ingaggiati per far detonare l’ordigno fuori dalla casa di Ranucci. In cambio di 5mila euro.

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