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Business Pd: Case del popolo ai migranti

Legacoop chiede agevolazioni per trasformare il patrimonio dell’ex Pci in alloggi. Fdi attacca: “Non a spese dei contribuenti”

Le strutture Nella foto, la «casa del popolo» di Bagno a Ripoli La Toscana, come la Romagna, potrebbe essere interessata dal progetto di Legacoop

Mattone rosso la trionferà. La Legacoop della Romagna è già in campo: vuole convertire le Case del popolo in alloggi e dormitori per stranieri e studenti. Dicono che la «questione abitativa», quella che ha infuocato il clima spagnolo, possa rivolversi così. Il presidente Paolo Lucchi, esponente dem con alle spalle una decina d’anni da sindaco di Cesena, chiede a gran voce un regime fiscale agevolato, modifiche alle norme e sostegno istituzionale alla rigenerazione. Soldi pubblici, insomma, che Legacoop vorrebbe drenare dal «piano Casa» del governo Meloni. Uno dei pilastri del provvedimento prevede proprio sgravi per chi costruisce appartamenti, a patto che i prezzi, poi, siano calmierati. È il nuovo business della sinistra: restaurare il patrimonio di famiglia, facendo pagare i contribuenti. La parlamentare romagnola Alice Buonguerrieri, di Fdi, attacca: «Il punto, per loro, non è garantire una casa alle famiglie, ma come tenere in piedi un sistema. Non è un caso che siano gli stessi vertici di Legacoop a sostenere che il comparto delle costruzioni, finite le risorse del Pnrr, aspetti nuovi fondi». Occhio perché il patrimonio immobiliare in mano alla sinistra, tra fondazioni e cooperative, non è poca cosa. Quando il Partito comunista italiano si è «evoluto» nel Pds prima e nei Ds poi, l’insieme di beni, mobili e immobili, non è finito direttamente tra le maglie del Pd. A Ugo Sposetti, all’epoca tesoriere dei Ds, venne in mente di ramificare la «ditta» in una settantina di fondazioni private, che sono diventate titolari del patrimonio. Le ultime inchieste, a firma dell’Espresso e di Report (non esattamente due testate vetero-conservatrici) hanno stimato il valore dei beni tra i 500milioni e il miliardo di euro. Riconvertire le Case del popolo in appartamenti, come intende fare la Legacoop, non è manutenzione ordinaria. Soltanto in Romagna le strutture esistenti sono 500. Chi dovesse usufruirne, non troverà I funerali di Togliatti di Renato Guttuso, opera donata al Comune di Bologna ed esposta al Museo d’Arte Moderna della città emiliana. Ma la vulgata vuole che, tra i libri di Gianni Vattimo e i vecchi manifesti con Enrico Berlinguer, dimorino ancora parecchi quadri di valore.

Tra debiti, mancata trasparenza, scatole cinesi, vecchie beghe e dialogo interno: la questione delle proprietà in mano alla sinistra italiana è antica. Ma la conversione delle Case del popolo in appartamenti può essere il guizzo d’ingegno, il colpo d’ala che, partendo dalla Romagna ed estendendosi su tutto il territorio nazionale, punta a trasformare un’esigenza reale in un affarone collettivista. «Serve soprattutto una strategia complessiva sull’abitare ha dichiarato Paolo Lucchi - è necessaria non solo per affrontare il disagio abitativo, ma anche per rendere più attrattivi i territori, sostenere le famiglie e accompagnare la riqualificazione delle città e dei centri storici». Certo, ma chi ci guadagna? La filiera è già pronta. Dalle cooperative, che in Emilia Romagna continuano ad attrarre migranti come miele per gli orsi, alle fondazioni parapiddine, passando per le associazioni che poi gestiranno gli alloggi. Sempre a Bologna l’amministrazione di Matteo Lepore ha concesso lo stabile di vicolo Bolognetti 2 a Làbas, un centro sociale che continua a distinguersi per violenze di piazza e posizioni estremiste. È a questo genere di realtà che la sinistra pensa per la gestione degli alloggi a prezzo calmierato che ricaverebbe dal patrimonio partitico? «Chi è senza casa - chiosa la Buonguerrieri - non cerca operazioni che trasformano il disagio sociale in un’occasione per valorizzare patrimoni d’area». Fdi è intenzionata a chiedere a Comuni, Province e Prefetture piena trasparenza su qualsiasi accordo nasca negli incontri con la Legacoop. Il rischio è che mentre la giovanile del Pd protesta in tenda, i «grandi» abbiano già trovato il modo di guadagnare dalla «questione abitativa».