E dunque s’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra uno squillo risponde. Tutto in poche ore, dopo che l’ex candidato sindaco del centrodestra nel 2021 sconfitto da Beppe Sala e oggi capogruppo di Forza Italia in Comune Luca Bernardo ha consentito al generale Roberto Vannacci di espugnare il Palazzo (Marino, per ora) annunciando il suo trasloco nelle fila dei futuristi e il predestinato del centrosinistra Mario Calabresi ha tratto il dado della sua candidatura. Tutto questo mentre nel centrodestra naufraga non proprio pacificamente l’investitura di Carlo Cottarelli, il professore della Cattolica talmente referenziato da essere adatto a un po’ tutte le stagioni.
E così a Milano, alla faccia di chi aveva preannunciato una tregua sia a destra che a manca, in attesa del regolamento di conti finale rinviato a settembre, sono state inaspettate le fughe solitarie modello Tour de France a infiammare in questa coda di luglio la corsa a sindaco, già messa nell’agenda politica per la prossima primavera.
E così se il centrodestra veleggia ancora in alto mare in attesa di approdare al porto sicuro di Maurizio Lupi, con il plenipotenziario lombardo di FdI Ignazio La Russa ormai convinto di passare la patata incandescente alla lìder màxima, affidando «dopo un serio sondaggio, la scelta a Giorgia Meloni e ai suoi vicepresidenti», non c’è dubbio che la mossa politicamente più dirompente sia oggi quella di Calabresi. Il figlio dell’illustre padre a cui solo una giunta di destra, più che di centrodestra come quella guidata da Gabriele Albertini e Riccardo De Corato è riuscita a dedicare una targa commemorativa sotto casa e su quel selciato che si tinse del sangue versato per lo Stato dal commissario. Gesto catartico che cancellò la vergogna di quella raccolta firme a cui tanta intellighenzia ambrosiana partecipò entusiasta.
Ed è invece proprio lì o tra i loro eredi che Calabresi andrà a pescare voti, tanto che l’attesissimo annuncio ufficiale della sua disponibilità a correre, l’ha dato l’altra sera tra i militanti del Pd a un dibattito organizzato a Vizzolo Predabissi. Un’auto-investitura piuttosto impegnativa per Elly Schlein e compagni, vista la caratura del personaggio a cui non sarà facile a questo punto dire di no. Di qui gli immediati malumori degli altri pretendenti e degli iscritti ai partito che di fronte all’ennesima genuflessione di fronte a un Papa laico e straniero, cominciano a chiedersi ormai non più sottovoce, che senso abbia fare tanti sacrifici esistenziali ed economici se poi alla fine gli onori vanno a chi si è ben guardato di accollarsi gli oneri. Strategico, ma proprio per questo piuttosto rumoroso il silenzio che si è imposto ieri un politico di lungo corso come Pierfrancesco Majorino che non ha mai nascosto le sue ambizioni e legittimamente aspirerebbe a cingere il suo pluridecennale lavoro a Milano con la fascia da sindaco. Interrogato dai cronisti in consiglio regionale dove si smazza lo snervante lavoro da capogruppo del Pd dopo aver sfidato in un’impresa disperata l’oggi governatore Attilio Fontana, ha esibito un diplomatico no comment. Consapevole che nemmeno la vicinanza politica e umana con la segretaria Schlein potrebbe bastare a sfregiare la tela tessuta con pazienza da Calabresi nel tempo. Uno che lascia capire, proprio nel giorno in cui da solo si è posto la corona sul capo come un sovrano d’altri tempi, che la sua decisione sarà subordinata all’eliminazione delle primarie o alla loro organizzazione in una forma per lui facilitata. Non altrimenti si spiega quel suo attendere «cosa sarà deciso» e soprattutto «quale percorso» verrà imposto ai candidati. A buoni intenditori, poche parole.
