È la giornata chiave nell’inchiesta sull’attentato contro Sigfrido Ranucci. Il principale indiziato Valter Lavitola vuota il sacco ma non convince i magistrati. La giornata inizia presto. Nel carcere di Rebibbia Lavitola si confronta con il suo legale, Sergio Cola, per due ore. Poi la decisione: «Voglio dire tutta la verità». Per 6 ore parla con i giudici e ammette: «Sono io il mandante». Ma mescola anche in questo caso le carte, tentando di giocare una partita al rialzo. E lo fa tentando di demolire il movente su cui la Procura di Roma ha costruito la sua inchiesta arrivata a cinque arresti in un tempo record, nove mesi con la guida di Francesco Lo Voi che ha scelto di assegnare il fascicolo al pm Carlo Villani (oggi procuratore a Velletri), poi passato in consegna al collega Edoardo De Santis. L’ascesa politica di Ranucci non c’entrerebbe nulla secondo il faccendiere. Perché l’hai fatto chiede il pm? «Perché volevo proteggere un amico», dice. La risposta è semplice: Lavitola voleva che fosse aumentato il livello di sicurezza per Ranucci. Temeva per la sua vita. Cola avverte che gli inquirenti non credono alla versione. E allora si rivolge al suo assistito: «Ma ti sei reso conto che così facendo avresti accresciuto la popolarità di Ranucci». «Sì», ribatte Lavitola. Si arriva alla domanda chiave: «Ranucci sapeva?» «No comment», ha detto Cola uscendo dal carcere. La sua versione su Ranucci resta un passaggio che non convince gli inquirenti. E, soprattutto, quanto filtra è che «con sei ore di interrogatorio Lavitola certamente non ha parlato solo del suo affetto per Ranucci».
Il verbale dell’ex direttore dell’Avanti sarà ora oggetto di approfondimenti da parte dei carabinieri dei nuclei investigativi di Roma e Frascati per i dovuti riscontri. Il legale chiede la revoca del carcere e la collocazione ai domiciliari, mentre oggi si attende un novo appuntamento a Rebibbia: il legale dei quattro incontrerà gli esecutori materiali dell’attentato. E potrebbe aprirsi la strada a nuove confessioni. Va tenuto presente però che al centro di tutto c’è il metodo Lavitola. Un abilissimo giocatore che è solito mandare dei messaggi. E chi ha avuto a che fare con lui sa che il suo modus agendi comprende anche (e soprattutto) dichiarazioni parziali, frasi che lasciano intendere e che non esprimono in modo chiaro o immediato tutti i contorni di una vicenda da cui lui, adesso, ha solo da perdere, perché non saranno certo gli elementi forniti ieri a convincere chi conduce le indagini. In un primo momento ha fatto capire che, se vuotasse il sacco, emergerebbero i nodi che spiegano la genesi del sondaggio, lo stretto rapporto che vedeva Lavitola ricoprire il ruolo di amico, confidente, fonte. E anche mandante.
Il faccendiere non ha esaurito le sue cartucce, anzi, ha appena iniziato, sbalordendo tutti con la sua confessione. Era il test perfetto per comprendere ora come reagiranno le altre parti in causa. Ma con chi si è confidato? Con chi ha deciso la strategia? Ranucci continua nel suo silenzio sul caso. Si esprime solo tramite il suo avvocato che definisce lo scenario che si è palesato come un «delirante teatro della follia». Ma la posizione del suo assistito certamente si complica, perché riuscire a spiegare di essere all’oscuro di tutto ciò, di non aver captato nemmeno un segnale, diventa sempre più complesso. In attesa delle nuove confessioni di Lavitola ci sono ancora i dispositivi sequestrati da analizzare e, probabilmente, altri teste da ascoltare.
PaNa
GiuSor
