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Calabresi spacca il Pd e a Milano ora è arenato. “Io? Aspetto la politica”

L’aspirante candidato prova a buttarla sul buonismo ma è in un ginepraio. La candidatura destabilizza i dem, crea problemi a Elly e Majorino non ci sta

Mario Calabresi alla presentazione del suo libro 'Alzarsi all'alba' a Milano, 6 settembre 2026. ANSA/Bianca Maria Manfredi

Mario Calabresi (foto) frena nel suo primo incontro pubblico dopo la discesa in campo alle comunali di Milano. «Rispetto i tempi della politica e sarebbe strano se tutti mi avessero detto di sì». Mette le mani avanti in merito alle reazioni politiche alla sua candidatura, tiene un tono distaccato e fa il buonista anche se ha spaccato un partito che era già in bilico. «Io ho fatto un passo, oggi sono un libero cittadino che cerca di capire cosa succederà», spiega con il solito fare sornione. Ma quello che sta accadendo a Milano racconta più di una semplice partita per Palazzo Marino. La sua candidatura rischia di diventare un caso nazionale per il centrosinistra, perché porta alla luce una difficoltà che Elly Schlein conosce bene: tenere insieme anime politiche diverse senza che ogni scelta si trasformi in uno scontro interno.

L’ex direttore di Repubblica e Stampa arriva da fuori dal partito e cerca di proporre un centrosinistra capace di parlare anche al mondo moderato e riformista. Dice di non voler «lanciare il programma», dal palco allestito per lui a Cassina Anna a Bruzzano per parlare del suo ultimo libro. Eppure, in un certo senso lo fa: «Di questa città amo che sia ancora la città delle possibilità. Dall’altra parte è una città che fa fatica a respirare».

Il suo è un profilo che potrebbe allargare il campo, ma che proprio per questo mette in discussione gli equilibri del Pd. Dal lato opposto c’è Pierfrancesco Majorino. Ha una sua rete politica, una sua area di riferimento e una parte del partito che difficilmente rinuncerebbe senza discutere alla possibilità di esprimere il candidato per Milano, è agguerrito. Il risultato è un centrosinistra che arriva alla sfida più importante delle prossime amministrative senza una linea condivisa sul nome e senza una sintesi chiara sulla propria identità.

Per Schlein la questione è nazionale. Da una parte c’è la necessità di allargare il consenso, soprattutto verso quell’elettorato moderato che il centrosinistra non può considerare acquisito. Dall’altra c’è una componente del Pd che rivendica una maggiore continuità con la tradizione politica della sinistra. La sua prudenza, sintetizzata nella formula «prima il programma, poi i nomi», può essere letta come un tentativo di evitare uno scontro prematuro. Ma può anche diventare il simbolo di un problema più grande: quando un partito non riesce a scegliere, ogni candidatura esterna rischia di trasformarsi in un referendum sulla sua leadership. Intanto, Calabresi cerca già di entrare nel campo largo e attacca prima Salvini sulla gestione dei trasporti e poi Vannacci che, a detta sua, «idealizza il passato».

Il giornalista, figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso in un attentato terroristico nel 1972, si dice «pronto ad ascoltare i cittadini». Non è detto che la questione giovi alla segretaria dem. Le discussioni sulle alleanze, le diverse sensibilità sulla collocazione politica e la difficoltà di costruire una leadership riconosciuta oltre i confini del Pd sono questioni che da tempo accompagnano il campo progressista. Se Milano diventa l’ennesimo terreno di divisione, il problema sarà spiegare agli elettori quale centrosinistra vuole guidare il Paese.

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