Cari compagni, c’eravamo tanto sbagliati. Ora la sinistra italiana prende le distanze dalla cultura woke e cerca di cancellare gli ultimi anni di deliri politicamente corretti come se nulla fosse. Dopo il mea culpa di Alexandria Ocasio-Cortez negli Usa è arrivata la presa di posizione di Giuseppe Conte a cui sono seguiti gli interventi di altri esponenti della sinistra italiana rinnegando le battaglie woke. Eppure è troppo facile pensare di cancellare con un articolo di giornale o una dichiarazione tutte le conseguenze che il woke all’italiana ha determinato negli ultimi dieci anni. Professori universitari censurati, libri non pubblicati, linee guida sul linguaggio inclusivo nelle università pubbliche, centri di ricerca su «queer studies», casi di cancel culture. Il tutto benedetto dalla sinistra nostrana che metteva nel mirino chiunque si opponesse alle follie woke tacciandolo di razzismo, omofobia, discriminazione e fascismo (quello non manca mai). Tra l’altro appoggiare il woke in Italia assume una gravità anche maggiore rispetto al contesto americano poiché si sposano battaglie che nulla hanno a che fare con la nostra storia dimostrando una forma di sudditanza culturale disarmante. Come dimenticare quando Laura Boldrini insieme a un gruppo di parlamentari del Pd si è inginocchiata alla Camera per il «Black Lives Matter» dichiarando: «Io non respiro perché sono donna perché sono disabile perché sono immigrata perché sono ebrea perché sono musulmana perché sono gay perché sono lesbica Non respiro perché ho la pelle nera. Black lives matter!» Sulla stessa falsariga le battaglie per il linguaggio inclusivo, l’asterisco al posto del genere femminile e maschile e l’uso dello schwa. Sempre la Boldrini nel 2021 disse: «Dobbiamo assolutamente insistere perché il linguaggio sia rispettoso della declinazione al femminile ma anche delle esigenze di chi non si riconosce ad esempio in un genere, perché oggi la nostra società presenta anche questa fluidità».
Battaglie portate avanti dai collettivi queer o dalle transfemministe di Non una di meno prima che il woke si fondesse con la causa pro Pal e appoggiate dalla sinistra italiana. Non a caso Elly Schlein nel febbraio 2022, ospite a Che tempo che fa, ha dichiarato di non capire il senso di una petizione lanciata contro l’uso dello schwa negli usi pubblici e formativi firmata anche da intellettuali di sinistra. Come dimenticare poi il dibattito sul Ddl Zan, una proposta di legge che colpiva la libertà di espressione nata sull’onda delle battaglie woke. Quando è stata bocciata dal Senato, il suo promotore ha rilasciato una dichiarazione in pieno stile woke colpevolizzando chiunque fosse contrario nel merito a una iniziativa politica: «Quando il Senato ha affossato il ddl Zan si è prodotto un effetto negativo che ha spinto anche gli omofobi a sentirsi legittimati».
Oggi la retromarcia sul woke rappresenta l’ennesimo fallimento della sinistra che, invece di dedicare la propria attenzione alle battaglie per i ceti sociali più deboli, ha preferito sposare il politicamente corretto e ora ne paga le conseguenze.
