Tanto rumore per nulla. Il bluff di Giuseppe Conte sull’audizione fiume in commissione Covid si consuma in poche ore. L’altra sera il proclama alle agenzie dal palco di PiazzAsiago, «ne vedremo delle belle» che segue l’articolo del Fatto quotidiano di domenica in cui si minacciano sfracelli e dossier, ieri mattina (finalmente) le dimissioni dall’organismo annunciate via Facebook con chiamata alle armi: «Spetterà a me, finalmente, parlare in modo da spazzare via tutto il fango. Se vorrete, potrete seguire i il mio intervento in diretta streaming: collegatevi».
«Si è dimostrato ancora una volta un bugiardo», lo incalza la capogruppo Fdi in commissione Alice Buonguerrieri. A quanto risulta al Giornale è dalla scorsa settimana che il presidente della commissione Marco Lisei è in contatto con il suo staff per proporgli di deporre il 6 agosto, data peraltro indicata da Conte a fine luglio: «Sapeva benissimo che sarebbe stato difficile tenere l’audizione il 4 e il 5 agosto, gli avevo chiesto nuove date senza ricevere disponibilità di altri giorni - conferma Lisei in una nota - ho deciso di tentare di fissarla comunque ma come previsto non c’è materialmente spazio per una audizione che richiederà parecchie ore».
La strategia di Conte era sedersi qualche minuto alle 9.30 e farsi «cacciare» intorno alle 11 in modo da dimostrare la sua disponibilità, far circolare ai giornali amici la sua versione come ha fatto Domenico Arcuri e poi lavarsene le mani. «Siamo alla saga dei tanti Giuseppi Conte, che in commissione non viene mai, solo quando gli conviene. Ha così tanta paura da ricorrere a sotterfugi e giochi di prestigio ma l’audizione è inevitabile, non potrà scappare per sempre», ribadisce la Buonguerrieri, che in aula battibecca con il capogruppo grillino Riccardo Ricciardi: «Da Fdi inutile sceneggiata contro chi ha dato la sua disponibilità per anni e ha salvato l’Italia dalla pandemia». Alla fine a farne le spese è il pentastellato Leonardo Donno, espulso dall’aula dopo la sospensione dei lavori.
Che sia a giorni o a settembre, la sua audizione si dovrebbe tenere in forma libera, senza l’obbligo di dire la verità, a meno che Conte - che ha tentato la carta del parere pro veritate pur di non dimettersi - non decida di fare come Galeazzo Bignami. Il capogruppo Fdi alla Camera, prima di deporre sulla querelle al Tar che ha costretto il ministero della Salute a desecretare i verbali della task force, ha giurato che avrebbe detto tutta la verità su ciò che aveva scoperto dal 2020. Una formula che difficilmente l’ex premier sceglierà di imitare. «Se davvero ha coraggio rinunci all’immunità come ha fatto Bignami», tuona il senatore meloniano Antonella Zedda. Di tutt’altro segno l’interpretazione dei grillini: «È tanto vergognoso quanto ridicolo il circo messo in piedi da Fratelli d’Italia - sostengono Alfonso Colucci, Stefano Patuanelli e Michele Gubitosa - prima lo convocano, poi annullano l’audizione e accusano lui di voler scappare. O sono incapaci oppure sono in malafede». Sul tavolo restano le domande ancora senza risposta. Perché non è stata chiusa la Bergamasca e c’è il segreto di Stato? Perché si è insistito su una terapia domiciliare oggi certificata come più dannosa che inutile? Perché sono arrivate in Italia mascherine cinesi scadenti destinate a medici e infermieri, approfittando dell’interpretazione di una norma che ha sdoganato prodotti col marchio CE contraffatto (pure giocattoli pericolosi, tanto che le Dogane sono corse ai ripari)? Perché abbiamo rifiutato monoclonali gratis per poi ricomprarli, buttando milioni di euro in sperimentazioni infruttuose? Perché abbiamo rinunciato alle autopsie, al tracciamento e alla sorveglianza offerta dall’Oms? Ci sono 190mila morti che meritano la verità.
