«Più produci, meno paghi». Maurizio Casasco, deputato e responsabile del Dipartimento Economia di Forza Italia, sintetizza così la filosofia fiscale su cui gli azzurri costruiscono la loro proposta economica. Al centro c’è una flat tax incrementale strutturale, estesa a tutti i contribuenti, comprese le partite Iva: una tassazione fortemente ridotta sulla quota di reddito prodotta in più rispetto all’anno precedente. Ma il progetto va oltre il fisco e tiene insieme revisione della spesa, semplificazione, investimenti privati, sostegno alle imprese e politica industriale.
Onorevole Casasco, da dove parte la nuova proposta economica di Forza Italia?
«Il punto di partenza resta il messaggio di Silvio Berlusconi che Antonio Tajani ha riportato al centro dell’agenda: Meno tasse, meno tasse, meno tasse. La proposta centrale è una flat tax incrementale strutturale per tutti. Il riferimento sarebbe il reddito dichiarato nell’anno precedente e sulla quota prodotta in più si applicherebbe un’aliquota molto più bassa di quella ordinaria. L’ipotesi è intorno al 5%, da definire sulla base delle coperture. Professionisti, autonomi e partite Iva rappresentano una parte essenziale della nostra economia e devono trovare nel fisco una ragione per crescere, non un ostacolo. Significa premiare lavoro e investire sulla propria crescita, creare una convenienza fiscale che può contribuire a stimolare i consumi e al contrasto dell’evasione».
La flat tax incrementale esaurisce il vostro progetto fiscale?
«No, è il primo tassello. Proponiamo l’estensione fino a 60mila euro dell’aliquota Irpef del 33%, la detassazione della tredicesima, l’abolizione totale o parziale del bollo auto e vantaggi per le assunzioni dei giovani. Per le spese sanitarie vogliamo rendere immediatamente disponibile, e non nell’anno successivo, il beneficio fiscale del 19% attraverso un cashback collegato ai pagamenti tracciabili. Per ridurre ancora le tasse bisogna intervenire anche sull’altro lato dei conti pubblici, non con tagli lineari ma controllando meglio qualità e destinazione della spesa. Da qui l’idea, provocatoria, di una Agenzia delle uscite che faccia da contraltare all’Agenzia delle Entrate. Abbiamo circa 150 miliardi di spesa assistenziale da monitorare meglio, non per ridurre l’assistenza ma per ottimizzarla. Lo stesso vale per le circa 630 agevolazioni fiscali, le tax expenditures, che muovono decine di miliardi. Spendere meglio non vuol dire spendere meno ma eliminare sovrapposizioni e inefficienze e recuperare risorse per ridurre le tasse. Il risanamento dei conti non può passare soltanto dal controllo della spesa, ma dalla crescita: bisogna allargare la base produttiva, favorire la concorrenza e aumentare il Pil».
Come si può farlo crescere e indirizzare più capitali verso l’economia reale?
«Il primo passaggio è la semplificazione amministrativa. Dobbiamo avvicinarci al principio liberale secondo cui ciò che non è vietato è consentito, riducendo autorizzazioni e passaggi che rallentano gli investimenti. Il modello è quello dell’autorizzazione unica, sulla scia delle procedure adottate per le Zes. Serve un interlocutore unico, con procedure semplici e tempi certi. La semplificazione serve a portare più risparmio privato verso l’economia reale. Stiamo lavorando a un progetto che guarda come volano alle risorse delle casse previdenziali e dei fondi pensione, circa 400 miliardi, ma anche alla più vasta disponibilità dei 1.800 miliardi di capitale privato. L’obiettivo è costruire strumenti che, attraverso una gestione professionale e indipendente, rendano più conveniente investire nelle imprese italiane, nelle startup e nel venture capital. Servono inoltre strumenti fiscali per la patrimonializzazione, le aggregazioni e i passaggi generazionali delle Pmi».
Quale politica industriale serve all’Italia e all’Europa?
«Non dobbiamo soltanto investire di più, ma investire meglio. Serve una politica industriale con meno incentivi generalizzati e una maggiore capacità di scegliere i settori strategici sui quali concentrare risorse pubbliche e private. In cima alla lista c’è l’intelligenza artificiale, inserita però in una filiera più ampia. Non possiamo parlare di AI senza costruire tutto ciò che serve per svilupparla in maniera integrata: dalla produzione dei chip ai data center, fino all’energia necessaria ad alimentarli. Dobbiamo anche formare chi utilizzerà e svilupperà queste tecnologie di frontiera. Questa trasformazione riguarda anche il futuro della manifattura e il rischio di deindustrializzazione dell’Europa. La risposta non è abbandonare il modello manifatturiero italiano, ma renderlo più tecnologico. La manifattura resta un patrimonio fondamentale del Paese, anche per il Mezzogiorno. Dobbiamo accompagnarla verso processi produttivi più digitalizzati e avanzati, investendo in ricerca, formazione e trasferimento tecnologico. Stiamo lavorando a un documento in questa direzione. L’indirizzo sarà quello di spendere meglio per tassare meno e investire meglio per crescere di più».
