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Da Scalfari a Fo: quell’odio cieco contro suo padre ancora resiste

Dal 45 giri sulla morte di Pinelli all’appello con 750 nomi. Attori e comparse di una condanna folle

Occupazioni, fabbriche e Cina Una comicità votata alla "causa"

Lotta continua fece incidere e pubblicare un 45 giri dal titolo La ballata di Pinelli. Il testo: «Quella sera a Milano era caldo, Calabresi nervoso fumava, “Tu Lograno apri un po’ la finestra”. Ad un tratto Pinelli cascò. “Poche storie, confessa, Pinelli, c’è Valpreda che ha già parlato. È l’autore di questo attentato ed il complice è certo sei tu”. “Impossibile-grida Pinelli-un compagno non può averlo fatto - E l’autore di questo delitto tra i padroni bisogna cercar”.”Stai attento indiziato Pinelli. Questa stanza è già piena di fumo. Se tu insisti apriam la finestra: quattro piani son duri da far”. Calabresi e tu Guida assassini se un compagno avete ammazzato questa lotta non avete fermato la vendetta più dura sarà».

Non si conoscono i dati di vendita della ballata ma erano giorni di hate-parade, odio e codardia, non vanno dimenticati, Mai. Su Lotta continua si alternavano diversi giornalisti-direttori ma quello che seppe e volle fare Livio Zanetti, direttore de l’Espresso il 13 giugno del ‘71 fu ed è ancora, il riassunto di un clima terribile, frequentato e alimentato da personaggi, interpreti, fiancheggiatori, complici, sostenitori di un guerra di parole, e non soltanto, che portò alla morte del commissario Calabresi.

Su quel numero di giugno Camilla Cederna scrisse un articolo che portava questo titolo: Colpi di scena e colpi di karate. Gli ultimi incredibili sviluppi del caso Pinelli, denunciando che la morte dell’anarchico era stata provocata da un colpo alla nuca e da qui la caduta dalla finestra. La fotografia di Calabresi tappezzò muri e colonne delle strade milanesi, un ricercato come assassino e torturatore, i poliziotti erano il bersaglio comodo, «PS-SS» era l’urlo nei cortei, l’Espresso raccolse, con la lettera contro il commissario, 754 firme, raggrumando adesioni nella sinistra estrema ma soprattutto nella fascia intellettualoide, la gauche caviar sfottevano i sessantottini di Francia di Cohn-Bendit, Daniel le Rouge (per la chioma rossiccia), dunque la grande bellezza di attori, attrici, scrittori, registi, uomini dell’arte, dello spettacolo, della cultura, del giornalismo. Una firma non si nega a nessuno, anche se non si sa bene che cosa si stia sottoscrivendo, almeno questa è l’infantile giustificazione di chi, negli anni successivi, si accorse di avere sbagliato uscita, cercando di sfuggire alla polemica, con imbarazzo, forse con vergogna, pentimento in casi estremi.

Il 17 maggio del 1972, alle 9 e 15 del mattino, Luigi Calabresi fu giustiziato in via Cherubini a Milano. Un ricordo personale, aula della facoltà di legge a Torino, entra trafelato. È paonazzo, ansima: «Hanno ammazzato Calabresi, giustizia è fatta». Scene di giubilo, ambiente tossico, diviso da ideologie opposte, Norberto Bobbio, docente di filosofia del diritto, era tra i firmaioli, 26 anni dopo ammise che rileggendo il testo di quella lettera sentiva orrore per le parole ma nessuna intenzione di pentirsi per il merito, Scalfari, invece, confessò di avere commesso un errore mentre altri eroi delle barricate, ma con mobili altrui, Oliviero Toscani disse di non avere mai messo la propria firma, uno scatto a sua insaputa, si sono registrate anche arroganze sfacciate: «Non so che cosa si vuole da me, non ho niente da dichiarare» replicò, come a un controllo della dogana, Natalia Ginzburg. Va detto che Paolo Mieli, bravo ma lento, ritirò l’adesione e, intervistato da Corrado Formigli, ha ammesso: «mi vergogno, non è una bella pagina della mia vita. Qualsiasi parola di scusa nei confronti di moglie e figli di Luigi Calabresi mi appare ancor oggi inadeguata alla gravità dell’episodio». Rare parole nell’oceano dell’oblio, della resipiscenza, dei vuoti di memoria, del «che cosa volete da me?», quei giorni di cronaca sono diventati storia, non possono e non debbono essere messi in archivio, come un faldone da affiancare ad altri cento di questo secolo aspro. La ballata di Pinelli è un 45 giri che smaschera la follia e la violenza di anni e di figure che si nascondono, ancora oggi, nel canneto della politica. Mario Calabresi si candida a guidare la città di Milano, quella Milano di allora esiste e resiste, ha cambiato l’abito ma conservando il corpo e la testa, la recita della commedia è la stessa, non è necessario tappezzare muri e colonne della città per riconoscere l’identità, come fecero i canari dell’epoca; il figlio del commissario Luigi non può avere dimenticato 750 cognomi, quella lettera, quelle firme, quell’odore di odio e di morte. Lo dovrà fare, in onore della verità, in memoria del padre.

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