Sia chiaro, e lo dico senza giri di parole: l'attentato a Sigfrido Ranucci - se si confermerà tale - è qualcosa che condannerò finché avrò fiato in corpo. Chiunque lo abbia eseguito o pensato. La violenza contro un giornalista è il grado zero della civiltà. Ma c'è un «ma» grande come una casa, anzi, come una redazione. Scopriamo oggi, a otto mesi di distanza, che il giornalista più scortato e celebrato d'Italia, il paladino delle inchieste «senza secondi fini», avrebbe indicato in Commissione antimafia una pista surreale: i mandanti, o giù di lì, saremmo noi.
Sì, avete letto bene. Il Giornale che dirigo, l'editore Angelucci che ha la colpa imperdonabile di lasciarci liberi di raccontare l'Italia come ci pare e persino Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario che rispetto, ma con cui non divido né aperitivi né agende, visti i ruoli. Oggi pubblichiamo le carte segrete del fascicolo di Roma. Me ne infischio se la norma imporrebbe il silenzio: di fronte a un'accusa così infamante contro la storia di questo quotidiano, scelgo la verità e mi prendo ogni responsabilità davanti al codice penale.
Mentre la Procura indaga con perizia su Valter Lavitola e sulle ombre inquietanti di quella notte, leggere che un collega ha provato a infilare nel tritacarne Il Giornale fondato da Indro Montanelli e un esponente di primo piano del governo è roba da commedia dell'assurdo. Caro Sigfrido, qui le opzioni sono due: o di inchieste non ne capisci più nulla, oppure quel giorno hai servito un depistaggio su un piatto d'argento.
Io voglio ancora credere nel giornalismo, quello che cerca i fatti e non i nemici di comodo. Perciò, un consiglio: chiedi scusa a chi fa il tuo stesso mestiere. La bomba era vera, ma la tua pista era un petardo bagnato.
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