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E Onorato sbotta con Ruffini. “Papà ministro, zio cardinale”

L’assessore romano su cui punta Conte all’attacco del rivale. Il padre Attilio era un dc di peso ed Ernesto un principe della Chiesa

Onorato

Oggi all’Eur fa il suo esordio ufficiale Più Uno, il partito dell’ex direttore dell’Agenzia delle entrate Ernesto Maria Ruffini.

Nei bar di certo non se ne parla, ma dalle parti del Campo largo questo nuovo partito ha provocato una psicosi tra i leader degli altri aspiranti centrini. Lo si è visto dalla reazione furente di Alessandro Onorato, rampante animatore di Pci (Progetto civico italiano), a cui non è andata giù che Bruno Tabacci abbia detto di preferire la creatura di Ruffini alla sua. Più che l’opinione dell’ex Dc, è possibile che all’assessore di Gualtieri interessasse il suo simbolo elettorale per la possibilità di raccogliere solo 1.500 firme anziché le 6.000 richieste.

«Scaricato» da Tabacci, Onorato se l’è presa soprattutto con Più Uno («diventa Meno Uno») e ha punzecchiato nemmeno troppo velatamente Ruffini rivendicando la provenienza dei suoi dalle borgate a dispetto di chi ha «genitori ministri» e «parenti vescovi».

Ed è vero. Ernesto Maria Ruffini è infatti il figlio di Attilio, democristiano di obbedienza dorotea che fu deputato per 24 anni ricoprendo più volte l’incarico di ministro. Tenace avversario della legge sul divorzio che in un dibattito tv definì «grave pericolo all’unità della famiglia», a lui si devono leggi importanti come quella per la riparazione degli errori giudiziari. Giampaolo Pansa ricordava che Ruffini padre, sebbene originario di Mantova, ebbe il suo collegio elettorale a Palermo dove per più di un ventennio fu arcivescovo suo zio Ernesto. Il «parente vescovo» a cui si è riferito Onorato è stato uno dei prelati più potenti della Chiesa italiana nel Dopoguerra. Durante la campagna per il referendum del ’46, il cardinal Ruffini si affacciò al balcone di Palazzo dei Normanni accanto a re Umberto II favorendo indirettamente il voto alla monarchia. Più tardi fu grande nemico del centrosinistra e firmò lettere pastorali in difesa della proprietà privata definita «pietra angolare dell’ordine sociale». Finì nel mirino di don Lorenzo Milani, riferimento del cattolicesimo dem, che nelle sue lettere lo accusò di «lodare il regime spagnolo» di Franco e di pendere «verso le eresie di destra». Non gli andavano giù i suoi appelli a non «patteggiare col comunismo».

A livello ecclesiale viene ricordato come uno dei conservatori più influenti, critico sull’andamento del Concilio durante il quale si distinse per la condanna della contraccezione e le perplessità sul dialogo con le altre religioni. Negli anni la sua figura è stata diffamata da chi ha alluso a inesistenti rapporti con la mafia, mentre i palermitani sono ancora affezionati alla sua figura di principe magnificente della Chiesa.

Il pronipote Ernesto Maria ne porta il nome, ma come si concili questo suo «lignaggio» (Onorato dixit) col campo largo di Elly Schlein, Ilaria Salis e giustizialismo grillino c’è ancora da capirlo.