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El Koudri in carcere: nessun segno di pentimento per la strage

Il killer di Modena non vuole contatti con i reclusi per timore di aggressioni

In tribunale El Koudri arriva scortato per l'incidente probatorio a Modena

Tra le mura della sezione High Care del carcere Sant’Anna di Modena il braccio detentivo speciale ad elevata assistenza sanitaria e psichiatrica Salim El Koudri si muove con la lentezza anestetizzata di chi pare aver reciso ogni contatto con la realtà. Ha lo sguardo piantato a terra, i movimenti appesantiti dai sedativi somministrati dalla psichiatra che lo segue sotto lo stretto controllo degli agenti della Polizia Penitenziaria, e una distanza glaciale dall’abisso in cui ha sprofondato decine di vite. È l’immagine del recluso modello, descritto come educato e pacifico dal personale penitenziario, in sconcertante contrasto con la furia con cui ha travolto e accoltellato la folla nel centro di Modena, provocando la morte di Monica Esposito e il ferimento di otto persone, di cui quattro rimaste in condizioni gravissime.

Tuttavia, proprio dietro questo atteggiamento si nascondono dettagli che alimentano il forte sospetto di una finzione ben orchestrata. El Koudri dà a chi lo osserva l’impressione di essere una persona estremamente lucida. A differenza di altri reclusi della sezione, non urla mai, non protesta e non sbatte oggetti nella stanza o sulle sbarre della cella. Rifiuta ogni contatto con gli altri detenuti e con i compagni di cella ne ha già cambiati tre dall’inizio della detenzione parlando poco e limitando le interazioni al minimo indispensabile. Persino la sua igiene personale è condizionata da una precisa cautela: si fa la doccia solo se accompagnato da un agente per la paura di essere aggredito dagli altri reclusi.

Ciò che colpisce di più chi ha modo di interagire con lui è una totale, agghiacciante assenza di empatia. Di fronte alla notizia della morte di Monica Esposito non ha mostrato alcun segno di disperazione o pentimento. Si è limitato a tenere lo sguardo fisso sul pavimento. Poi, con una freddezza disarmante, ha chiesto: «Quella che è morta aveva dei figli?». Alla risposta che ne aveva tre, non sono seguite parole di commozione: solo un silenzio sordo e gelido, durato oltre quattro minuti. Una reazione speculare a quella avuta davanti ai racconti dei feriti rimasti mutilati, liquidati con un distante: «Eh sì, che brutta cosa». Persino di fronte alla prospettiva dell’ergastolo appare distante.

La sua routine in cella resta costellata di richieste precise e tutt’altro che prive di senso: lamenta che i libri richiesti non gli sono mai stati consegnati, ricordando di aver domandato una Bibbia, atlanti dedicati al Medio Oriente e testi di economia. Gli è stato concesso il permesso di recarsi ogni giovedì nella biblioteca del carcere, ma ha scelto di non andarci per il timore di subire aggressioni.

Un dettaglio tutt’altro che insignificante riguarda il suo rapporto con il cibo e la religione: El Koudri mangia carne di maiale e non richiede menu halal. Un comportamento che potrebbe sembrare incompatibile con il profilo di un estremista, ma che trova una precisa spiegazione nella regola della dissimulazione, prescritta dal Corano: una mimetizzazione utilizzata da chi vuole allontanare ogni sospetto di radicalizzazione. Nel frattempo, trascorre le sue giornate a fumare nel «vasco», il piccolo disimpegno che separa la cella dal corridoio.

A completare questo quadro di inquietante lucidità sono i quattro filmati estratti dal suo smartphone, girati tra il 14 e le prime ore del 16 maggio, poco prima di scagliarsi contro la folla. Per la Procura sono la dimostrazione di una rabbia consapevole.