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Elly Schlein e Repubblica scoprono l’America: basta che vincano i loro

Il quotidiano la ritrova “di nuovo grande”, Elly festeggia come se avesse vinto lei. Intanto Conte le contende il campo largo

Elly Schlein in occasione dell’ Assemblea nazionale del Partito democratico al Centro congressi La nuvola, Roma, domenica 18 ottobre 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Elly Schlein during the Democratic party's national assembly, Rome, Sunday, October 18, 2026 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

La democrazia americana è risorta. Per la precisione, ha ricominciato a godere di ottima salute appena hanno vinto quelli giusti. Dopo due anni di allarmi, scenari autoritari e istituzioni date per spacciate, i democratici conquistano Camera e Senato mentre Donald Trump siede ancora alla Casa Bianca. Un risultato che certifica la sconfitta politica del presidente, ma suggerisce anche una domanda ai professionisti dell’apocalisse: vuoi vedere che gli americani potevano ancora scegliere?

Repubblica ha già apparecchiato la festa. “L’America è di nuovo grande”, annuncia la prima pagina, riadattando proprio lo slogan del nemico. Il copyright politico di Trump, evidentemente, diventa accettabile se serve a celebrarne la batosta. Dentro il giornale, l’entusiasmo trabocca: “Dall’America il chiarore di un’alba”, titola l’editoriale di Stefano Cappellini. Poi “La rivoluzione democratica che cambia l’America: ‘È finita l’era dell’odio’”. E ancora, Gianni Riotta: “Stati Uniti, la notte della rivincita della democrazia”. Manca soltanto la distribuzione delle bandierine.

Il passaggio è interessante: a vincere non sarebbe un partito, ma direttamente la democrazia. Quando prevale Trump, invece, il sospetto è che a perdere sia la civiltà occidentale. Sorprendente. Ma il successo dell’opposizione, sotto la presidenza dell’uomo descritto come il loro affossatore, dovrebbe almeno suggerire qualche cautela prima del prossimo necrologio. Il sistema ha consentito agli elettori di punire chi governa. Una notizia da festeggiare anche senza la tessera dei democratici.

Elly Schlein, però, è già sul carro dei vincitori. “È un segno di speranza. E una vittoria tanto più significativa perché plurale, conseguita cioè da una varietà di candidate e candidati con storie e sensibilità diverse, ma uniti nell’obiettivo di dare risposte ai bisogni concreti dei cittadini. Trump ha tradito entrambe le promesse fatte nel 2024: di porre fine alle guerre, invece ne ha avviate di nuove con conseguenze devastanti, e abbassare il costo della vita, che è aumentato. E anche qui le condizioni di vita sono peggiorate in quattro anni di governo Meloni”, le sue parole proprio a Repubblica. E ancora: “L’onda sovranista si è infranta contro una realtà di promesse tradite. Milioni di americani che due anni fa avevano votato Trump hanno deciso che i democratici meritassero la loro fiducia. È quello che sono convinta succederà in Italia e nel resto d’Europa”. A leggere tanta soddisfazione, viene quasi da cercare il nome dell’ex vice di Bonaccini sulla scheda del Michigan.

Peccato che la partita della Schlein si giochi parecchio più vicino. Il concorrente da tenere d’occhio si chiama Giuseppe Conte, che mentre lei contempla Washington prova a intestarsi le piazze italiane. L’ex premier ha promesso di cancellare i decreti sicurezza, presentandoli come un ostacolo al diritto di protestare: una mossa per intercettare il dissenso giovanile e dettare la linea agli alleati prima ancora che il programma comune sia pronto. E la sfida alla segretaria passa anche da qui.

Il calendario concordato dal centrosinistra prevede il programma entro novembre, una mobilitazione a dicembre e le primarie entro febbraio. La leadership, dunque, è ancora da conquistare. E Conte si sta muovendo per prendersela. La Schlein farebbe bene a ritagliare un po’ di tempo fra un brindisi americano e l’altro: rischia di riscoprire quanto è bella l’America proprio mentre l’alleato le sfila il campo largo. Perché le vittorie d’importazione scaldano il cuore, ma ai gazebo italiani non valgono un voto.

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