Il problema di Roberto Vannacci non sono i suoi nemici. Sono i suoi conti che non tornano: quelli economici, quelli politici e quelli con la propria biografia. Dice di essere un uomo semplice, diretto, senza padroni e senza retrobottega. Peccato che, appena si sposta lo sguardo dalle sue parole alle carte, dietro quella divisa compaia un mondo assai meno semplice: associazioni che si proclamano indipendenti ma seguono le sue indicazioni, finanziatori che arrivano dall’edilizia, dal petrolio e dal settore ferroviario, sostenitori politici che guardano a Putin con simpatia dichiarata, una moglie cresciuta in una famiglia militare romena, con un rapporto documentato con l’ambiente accademico-strategico della difesa di Bucarest e una passione per Mosca, presentata come figura privata, presiede una delle strutture nate attorno al progetto politico del marito. E poi una carriera militare assai meno lineare della leggenda costruita intorno al generale, nella quale spunta persino un dettaglio che sembra scritto oggi: «Super Fetecchia», il soprannome che i compagni dell’Accademia di Modena gli avevano cucito addosso quando le stellette più importanti erano ancora lontane.
Poi ci sono i conti, quelli veri, che quando vengono messi uno accanto all’altro non sempre raccontano la stessa storia.
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Ecco l’altra faccia del generale: le contraddizioni dietro le certezze, un’ideologia proclamata che non sempre supera la prova dei fatti.
Vannacci ha un’attitudine particolare: trasformare ogni contraddizione in una persecuzione. Se si seguono i soldi, qualcuno vuole screditarlo. Se si ricostruiscono i rapporti con uomini dell’universo russofilo, ecco comparire la caricatura del «candidato della Manciuria». Se si rimettono in ordine le date della sua carriera militare, diventano tutti nemici del generale. È un meccanismo semplice ed efficace: chi controlla i fatti finisce sul banco degli imputati, mentre Vannacci conserva per sé il ruolo del perseguitato.
Il Mac, autonomo e dipendente
La contraddizione più evidente riguarda il principale sostenitore conosciuto di Futuro Nazionale. Il movimento Il Mondo al Contrario, Mac, presieduto da Guido Giacometti, si definisce «autonomo e indipendente» dal partito, con organizzazione, statuto e patrimonio propri. Il suo codice di comportamento, però, descrive una struttura politica costruita attorno a Vannacci: i dirigenti rappresentano il movimento e il generale, l’azione politica deve seguire anche le sue indicazioni e le articolazioni territoriali si chiamano Team Vannacci.
L’autonomia giuridica, insomma, convive con una dipendenza politica evidente.
Ed è proprio questo soggetto a risultare il maggiore sostenitore conosciuto del partito. Futuro Nazionale ha registrato in pochi mesi contribuzioni per oltre 415mila euro, sommando denaro versato e beni o servizi valorizzati economicamente. Di questa somma, 83.300 euro sono attribuiti al Mac. Qui nasce l’anomalia. Nel registro del Mac, 13.300 euro di servizi risultano forniti il primo marzo e classificati come contributo indiretto; altri 70mila euro risultano versati il 5 marzo come donazione. Nel registro di Futuro Nazionale, invece, quei 13.300 euro compaiono il 5 marzo come «contributo diretto», pur essendo descritti come servizi, mentre i 70 mila euro risultano registrati il 9 marzo.
La somma finale coincide. Le scritture pubbliche no.
Per chi non mastica bilanci, la differenza è semplice: un contributo diretto è denaro che entra nelle casse del partito; un contributo indiretto è un bene o un servizio messo a disposizione gratuitamente e al quale viene attribuito un valore economico. Per questo classificare la stessa operazione in due modi diversi non è un dettaglio formale.Ed è proprio qui che entra in gioco la trasparenza sui finanziamenti politici. Pubblicare un elenco di nomi, date e cifre è il primo livello. Il secondo comincia quando quei dati vengono verificati. E nel caso di Futuro Nazionale, appena si fa un controllo incrociato, emergono discrepanze: date diverse, classificazioni non coincidenti, denominazioni che in altri casi non trovano riscontro immediato nei registri ufficiali.Non significa automaticamente che ci sia un’irregolarità. Significa però che la trasparenza, per essere tale, deve reggere al controllo. Se l’elenco pubblicato serve a garantire chiarezza su chi finanzia la politica, quanto versa e in quale forma, ogni errore o discordanza ne indebolisce precisamente la funzione.
I 40mila euro senza identità certa
C’è infine una donazione diretta da 40mila euro intestata a «Esicompany». Il nome continua a comparire così anche nell’aggiornamento successivo dei bilanci di Futuro Nazionale.Una verifica nel Registro delle imprese non ha portato a trovare in Italia una società con quella denominazione. Quarantamila euro risultano dunque contabilizzati e pubblicati, mentre l’identità societaria indicata accanto alla cifra resta senza un riscontro di chi si riferisce.
Il problema qui è l’affidabilità della rappresentazione contabile resa pubblica dal generale. Perché Vannacci ha costruito la propria ascesa politica sulla pretesa opposta: niente zone grigie, niente sfumature, niente complicazioni. Il suo linguaggio divide il mondo in categorie elementari: chi ha coraggio e chi non ne ha, chi difende la patria e chi la tradisce, chi dice la verità e chi la nasconde. E pretende che quella stessa semplicità descriva l’uomo che la predica. È quando quel metro viene applicato a lui che cominciano i problemi.
L’uomo solo e la macchina dei soldi
La prima contraddizione è proprio questa. Vannacci vende politicamente l’immagine dell’uomo solo, diventato fenomeno perché, sostengono, ha avuto il coraggio di dire ciò che milioni di italiani penserebbero senza poterlo dire. Sicuro? Intorno all’uomo solo, però, è cresciuta in fretta una macchina che raccoglie tanto denaro.
Il registro di Futuro Nazionale fotografa fino al primo settembre 415.918,52 euro di contribuzioni. Non sono tutti bonifici: ed è importante dirlo. Una parte è costituita da donazioni dirette, dunque denaro; un’altra da contributi indiretti, cioè beni, servizi o utilità messi gratuitamente a disposizione del movimento e ai quali viene attribuito un valore economico.
Fra i principali sostenitori oltre a Mac e Esicompany, ci sono 30mila euro della Compagnia Petrolifera Piemontese, 30mila di Ecoholding, 20mila di Archemide srl, 15mila di Ecolattanzio e altrettanti di Stabilia Italia. Patto Italia mette invece a disposizione la sede nazionale, attribuendo al comodato gratuito un valore di 18.518,52 euro.
Le cifre diventano più interessanti quando si smette di leggerle in verticale.
Ecoholding, Ecolattanzio e Stabilia Italia conducono allo stesso nucleo imprenditoriale, la famiglia Cieri. Tre denominazioni, 60mila euro complessivi. Non c’è nulla di illecito nel fatto che più società riconducibili allo stesso ambiente finanziano un movimento politico. C’è però un dato che il semplice elenco dei donatori nasconde: tre righe diverse del registro raccontano una concentrazione economica assai maggiore di quanto appaia a prima vista.
Ferrovie, Bruxelles e contributi indiretti
Un’altra voce conduce all’imprenditore Domenico Santoro. Il registro gli attribuisce un contributo indiretto in servizi del valore di 12mila euro, indicato come «comodato gratuito». Non è quindi denaro entrato nelle casse di Futuro Nazionale: è il valore assegnato all’utilizzo gratuito di un bene o di un’utilità.
Santoro è legato professionalmente al settore della progettazione e realizzazione degli impianti di segnalamento ferroviario.
Il dato acquista interesse perché Vannacci, al Parlamento europeo, è stato relatore ombra sul dossier della mobilità militare, che riguarda anche la capacità di trasferire rapidamente uomini e mezzi attraverso infrastrutture strategiche, comprese le reti ferroviarie. Il suo staff ha incontrato Ferrovie dello Stato sulle priorità di quel dossier.
Non dimostra uno scambio e non configura automaticamente un conflitto d’interessi. Mostra però perché sia necessario conoscere con precisione chi sostiene economicamente un partito e quali interessi professionali abbia.
Nel registro compaiono inoltre una donazione personale di 10mila euro da Jacopo Ricciotti e 20mila euro da Archemide Srl. Il primo rimane, sulla base delle informazioni pubblicate, un donatore non identificabile con sufficiente certezza; la seconda è indicata con la sola denominazione societaria, senza elementi che consentano di distinguere con sicurezza l’impresa tra le omonime esistenti.
E torna così il problema iniziale: pubblicare una cifra è trasparenza soltanto a metà se quella cifra non consente di capire con certezza chi sta finanziando la politica.
Prima del generale, «Super Fetecchia»
Prima del generale delle certezze, prima dell’uomo che avrebbe spiegato agli italiani il coraggio, la disciplina e perfino come raddrizzare il mondo, c’era «Super Fetecchia».Così i compagni dell’Accademia militare di Modena avevano soprannominato il giovane Roberto Vannacci nelle due pagine dell’annuario dedicate a lui.
La parola ha una storia poco marziale. Fetecchia, dal napoletano, indica in origine una piccola flatulenza; nell’italiano colloquiale è diventata una cosa scadente, mal riuscita, di poco valore e, riferita a una persona, qualcuno di poco conto. Il ritratto, riletto trent’anni dopo, ha una sua involontaria attualità. Scrivono che in quei due anni di accademia non gli era mancata la «fantasia», ricordano le sue «strabilianti avventure», le «accese discussioni» che riusciva a provocare e soprattutto una «dote non comune di rompiscatole».
È un ritratto da caserma, però curioso che molto prima che nascesse il Vannacci politico, i suoi compagni avessero già messo insieme alcuni ingredienti del personaggio che vediamo oggi: il gusto per le storie strabilianti, la capacità di provocare discussioni, il talento del rompiscatole. E un soprannome che sembra scritto da un umorista con il dono della preveggenza: «Super Fetecchia».
Poi finirà la goliardia. Arriveranno i superiori, le note caratteristiche e i giudizi sulla sua carriera. E quelli, a differenza del soprannome, non erano battute tra commilitoni.
(1. continua).

