Puoi investire miliardi e costruire opere di contenimento. Ma davanti a eventi meteorologici sempre più estremi, la sicurezza assoluta non esiste. Accanto alle grandi opere serve una vera cultura del rischio. A sostenerlo è Salvo Cocina (nella foto), ingegnere e dirigente generale del Dipartimento della Protezione civile della Regione Siciliana, secondo cui «non è un problema solo di soldi», ma anche di comportamenti. Le sue parole arrivano a ridosso di un anniversario importante, quello dell’alluvione di Messina (9 ottobre 2009).
Il punto di partenza è un territorio fragile, sul quale negli anni si è costruito troppo. Di fronte all’intensificazione degli eventi bisogna avere il coraggio di cambiare strategia: «Dobbiamo togliere le case, le strade, i lungomari non possono starci». La parola è delocalizzazione. Una scelta che secondo il dirigente della Protezione civile diventa inevitabile quando il costo per difendere una costruzione è sproporzionato rispetto al beneficio. Nel frattempo, non si può aspettare 30 anni che le opere di mitigazione vengano completate. Gli interventi strutturali richiedono tempi lunghi e risorse. E qui entra in gioco la prevenzione non strutturale: allerte e comportamenti corretti. Negli ultimi anni, spiega Cocina, le allerte hanno contribuito a salvare vite. Ma funzionano solo se vengono ascoltate. È la «cultura dell’autoprotezione», che dovrebbe diventare parte dell’educazione dei cittadini.
E il governo? Cocina non boccia l’azione dell’esecutivo. «Negli ultimi anni penso che abbia fatto abbastanza», dice, ricordando le ingenti risorse destinate al dissesto idrogeologico. Il problema è riuscire a trasformare gli stanziamenti in cantieri: la complessità delle procedure e la sovrapposizione delle norme rallentano la realizzazione delle opere. Insomma, la sfida è ridurre il rischio dove si può e insegnare alle persone a riconoscere il pericolo prima che sia troppo tardi.
