Siccome «dove men si sa, più si sospetta», nelle prime convulse ore successive all’attentato a Sigfrido Ranucci, tra lo sgomento e l’eco orribile dalla parola «autobomba», era inevitabile fare congetture su chi ci fosse dietro. Del tutto evitabile - ma ancora entro i confini patologici di una politica imbevuta di cospirazionismo - erano le accuse velate al governo di aver ispirato i bombaroli, i «j’accuse» viscidi e le denunce a Bruxelles contro il «regime» liberticida. Brutto clima, attacchi meschini in assenza di indizi, ma siamo talmente abituati al livello infimo della polemica che un esecutivo descritto come la Cupola sembrava nell’ordine naturale delle cose di questo Paese.
Quel che sembra francamente inspiegabile e surreale nella sua ostinata negazione della realtà è che oggi, dopo l’arresto del reo confesso Valter Lavitola, dopo i rapporti amichevoli e opachi emersi fra lui e il conduttore di Report, dopo i dettagli sul piano per lanciare Ranucci come leader anti-Meloni, ancora trovi spazio la teoria del complotto. Da Repubblica al Domani, passando da Paolo Mieli e Dagospia, come un fiume carsico rispunta incrollabile la stessa fumosa convinzione: dietro alla bomba, in barba alle inchieste, alla logica e al buonsenso, ci deve essere «altro». Non si dice chiaramente - una figura di palta può bastare - però lo si insinua. Se il mandante è Lavitola, serve un «vero mandante», un «terzo livello», una Spectre che voleva danneggiare Sigfrido. Un finale alternativo, insomma, che riporti sul piano della battaglia ideologica una questione che sembra solo una miseranda vicenda di umana vanità e bislacca mitomania. Prove ovviamente zero, se non che sul telefono di Lavitola non compaiono contatti con uomini dei servizi (e pensare se ci fossero stati...) e che il suo storico avvocato non è Giuliano Pisapia, bensì Sergio Cola, che lo difende da ben 11 anni ed è «vicino a Fdi». Non esattamente una pistola fumante. Ma poco conta, l’importante è negare la realtà per piegarla al proprio tornaconto e alla propria narrazione, anche in sprezzo del ridicolo.
