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“I soldi stanziati ma non sono spesi. Troppa leggerezza e incompetenza”

Il presidente della commissione d’inchiesta sul rischio idrogeologico Pino Bicchielli: “Ritardi inaccettabili, via ai sopralluoghi”

"Prevenzione antidoto alle cyber-truffe"

Il torrente Lavino, appennino bolognese, oggi sembra innocuo. Dopo l’alluvione del 2023, è chiaro a tutti quanto sia urgente metterlo in scurezza. Ma il balletto di rinvii, il pasticcio dei lotti nei cantieri, gli annunci vuoti e le società fallite bloccano tutto. Idem per le altre casse di risonanza in programma.

Di questo e degli altri intoppi nella messa in sicurezza dell’Emilia Romagna si sta occupando la Commissione parlamentare d’inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico, ben consapevole che non si possano aspettare i tempi della politica.

Presidente Pino Bicchielli, perché i cantieri sui fiumi dell’Emilia Romagna procedono così a rilento?

«Siamo stati in Romagna per un sopralluogo e torneremo in Emilia a novembre. Stiamo verificando qual è la situazione degli interventi, a che punto sono le inchieste della magistratura, che cosa ha funzionato e soprattutto cosa non ha funzionato. Stiamo registrando un grosso ritardo nelle opere, quando invece sono fondamentali e urgenti. Non possiamo certo incrociare le dita e appellarci allo ‘speriamo non piova’».

Il rischio esondazioni è alto?

«In Italia il 94,5% dei comuni è a rischio esondazioni, le frane censite dall’istituto di Ispra sono 680mila. Mi sembra evidente che il problema del dissesto idrogeologico non si possa affrontare distrattamente. Anche perché è un attimo che il rischio si trasformi in pericolo».

Come mai un cantiere su 4 non è ancora stato completato?

«Su questo stiamo conducendo un’inchiesta. C’è troppra stratificazione nei passaggi burocratici e c’è troppa duplicazione delle competenze. E mancano figure professionali adatte».

Però i soldi ci sono.

«Sì, il Governo ha finanziato circa 2,7 miliardi di euro per 6.400 opere pubbliche in Emilia Romagna. E quando non si spendono i soldi stanziati, e responsabilità sono enormi».

Ma questo avviene solo in Emilia Romagna o è un problema italiano?

«È un male comune a diversi casi italiani: pensiamo alla frana di Petacciato in Molise: è stata la più grande d’Europa. Nel 2019 sono stati stanziati 40 milioni di quro per la messa in sicurezza dell’area. Ebbene, non è stato speso nemmeno un euro. E lo scorso aprile la frana si è riattivata».

Burocrazia, incompetenze, appalti a metà. E un piano sul dissesto idrogeologico datato (o inascoltato). Ma dietro al pericolo esondazioni c’è anche la piaga dell’abusivismo?

«L’abusivismo aggrava notevolmente le cose. Ma non l’abusivismo di oggi, bensì quello precedente agli anni Ottanta, dove si costruiva e cementificava dove non si poteva. Esondazioni, argini deboli, frane sono dovuti anche alla cementificazione scellerata».

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