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Interni

Il conto salato della dipendenza energetica

L’Italia è vittima di continui rinvii. Come recuperare il tempo perso

Ecco chi paga il paradosso ambientalista

L’energia, il vero oro del ventunesimo secolo, ancora una volta diventa protagonista della vita degli italiani, famiglie e imprese. Entrambe sono alla prese con una nuova onda inflazionistica che riduce il modus operandi e vivendi. Eppure, soprattutto da noi, da decenni la risposta ai costi del gas, della luce e dei carburanti si chiama autonomia energetica, ovvero puntare su una produzione che si basa su 3 fonti: rinnovabili, fossile e nucleare, oltre all’estrazione sul nostro suolo. Il nucleare, a seguito del referendum del 1987, è stato cancellato, o meglio pesa sui conti pubblici per una considerevole cifra dovuta al costo delle dismissioni e alla sicurezza delle centrali prima esistenti, mentre l’estrattivo resta zero. In contemporanea, si è proceduto alla dismissioni del carbone. I governi che si sono susseguiti dal referendum in poi, di ogni colore, hanno timidamente tentato di riprendere la via del nucleare gli esecutivi di centrodestra oppure hanno avuto una ferma opposizione delle sinistre.

Solo l’attuale governo targato Meloni ha rotto gli indugi e dato inizio al lungo percorso, tra i 7 e i 10 anni, per veder rinascere sul suolo italiano la produzione di energia nucleare. Durante la lunga attesa, ora è necessario ripristinare la produzione di energia dal carbone e puntare sul suolo e mare, dove persistono giacimenti. Sarebbe bene anche ricordarsi che presto in Italia si insedieranno sempre più data center, che saranno concentrati al Nord Italia, indispensabili per non essere fuori dalla sfida tecnologica mondiale. I consumi energetici per i data center, nel 2024, hanno assorbito circa 6 trilioni wattora, pari ad oltre il 2% della richiesta elettrica nazionale. Le proiezioni dell’arco dei prossimi 10 anni stimano una crescita che potrebbe arrivare fino al 15% del totale. Parimenti, i conflitti in Medio oriente e il coinvolgimento delle maggiori potenze mondiali impongono, per tutte le grandi aree, di puntare all’autonomia energetica. Francia e Spagna sono vicini all’autonomia. La Germania sarà autonoma se riaprirà al carbone e al nucleare. Pur puntando tutti al continuo rafforzamento delle rinnovabili, noi, purtroppo, siamo in un colpevole ritardo, che ha sicuramente nei governi di quasi mezzo secolo i primi responsabili. La responsabilità è anche delle rappresentanze economiche datoriali, che hanno si gridato al lupo, ma senza mai realisticamente porre sul tavolo la questione dell’autonomia energetica come esigenza primaria. Ci si è limitati alla lamentela dei costi eccessivi che incidono su produzioni e servizi. Allo stesso modo, se non peggio, hanno fatto i sindacati dei lavoratori, lamentando salari bassi e rischio occupazione, senza avere il coraggio di elencare tra i primi responsabili proprio costo e approvvigionamento energia. I rimedi possibili per abbattere i costi sono pochi, il disaccoppiamento del prezzo dell’energia di separare il prezzo finale dell’energia elettrica dal costo del gas naturale è uno di questi. Così come lo sarebbe ridurre le accise sui carburanti, ma i conti pubblici andrebbero in tilt. Diventa fondamentale utilizzare al massimo le fonti naturali del nostro suolo.