Se ci mettiamo a scorrere il feed di Facebook c’è da pensare che Sigfrido Ranucci avrà preso qualche lezione da Maria Rosaria Boccia. Almeno per quanto concerne la condotta e l’utilizzo dei suoi account social.
Infatti, il modo e i tempi di pubblicazione dei post della pagina Facebook dell’ormai ex conduttore di Report, ricordano in lungo e in largo la gestione che esattamente due anni fa consentì alla dottoressa di Pompei di monopolizzare l’agenda del dibattito pubblico digitale, l’attenzione dei media e quella di migliaia di utenti e follower. Tutti in quell’estate del 2024 ci ritrovammo a rincorrere i suoi post e le sue storie di Instagram. Invece, oggi è Ranucci, forse perché ha involontariamente introiettato quella medesima strategia, a postare non più limitandosi a una condivisione innocente a beneficio dei follower, ma con una finalità altra. In primis, sono diversi i post che lasciano trasudare un desiderio di vendetta, a volte trasversale, che sono portatori di messaggi volutamente non espliciti, ma non per questo meno importanti, oppure di contenuti che lasciano intravedere l’approdo a conseguenze molteplici e non sempre chiare, allo svelamento di nuovi retroscena. Insomma, il post come mela avvelenata da dar in pasto ai detrattori, ai manovratori, ai profittatori e ai protagonisti non visibili di questa vicenda. Al tempo stesso, altri contenuti sono stati pensati con l’obiettivo, in questo caso decisamente esplicito, di convertire l’attenzione in nuovi follower, per testimoniare dal basso quanto solida e granitica fosse ancora nell’info-sfera la reputazione ranucciana, anzi di quanto questa invece di sgretolarsi con l’inchiesta di fosse accresciuta. In questo quadro in cui il feed social diventa strumento di difesa e di attacco si inserisce ad esempio il post di questa mattina in cui Ranucci ha smentito una ricostruzione fatta da la Repubblica, quello dell’altro giorno in cui scrive: “il mio non è un addio, non condurrò Report ma condurrò la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa, lo farò per i miei figli e per i vostri, mi rifiuto di lasciare alle future generazioni questo mondo mostruoso, governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti”. Ancora, giusto tre giorni fa quando in un altro post in cui pubblica il video che aveva realizzato con lo smartphone la sera dell’attentato dinamitardo ordinato dall’amico reo confesso Lavitola: “a chi mi chiede come faccio a resistere ai 2800 articoli di fango, alle prediche dei ciarlatani e cortigiani, a chi tradisce e specula, alle voci di rimozione dalla conduzione da Report, rispondo che la forza la trovo nella mia storia, nell’educazione dei miei genitori e come padre. Una forza che rinnovo nell’incontro con la gente e nel rivedere queste immagini che tutti hanno dimenticato. Come detto, però, accanto a questi post, a tratti ambigui e palingenetici, ci sono anche quelli dedicati alla celebrazione della propria Reputazione, con l’iniziale maiuscola, della folla come bollino della Credibilità, una folla esibita, mostrata, esposta come fattore legittimante della Verità. È questo il filo rosso che unisce il Ranucci di oggi alla Boccia di ieri e che testimonia, come già in altre vicende passate, quanto la capacità di condizionare il dibattito pubblico sia sempre più nelle mani e nei feed di nuovi opinion maker,ai quali più è necessario solo uno smartphone e una storia, vera o falsa non importa, che sappia però incunearsi nei pochi secondi del nostro scroll infinito.
