Il nuovo diritto del lavoro secondo Ilaria Salis sembra poggiare su un principio piuttosto innovativo: se il dipendente dispone di abbastanza denaro, il contratto può diventare un dettaglio. Una sorta di clausola patrimoniale non scritta, in base alla quale le garanzie valgono soltanto per chi riesce a dimostrare di essere sufficientemente povero.
È questo, in estrema sintesi, il senso della difesa politica scelta dall’eurodeputata di Avs dopo la condanna per il licenziamento senza giusta causa dei suoi due ex collaboratori, Valentina Dadda e François Gelmetti. Come noto, l’attivista di estrema sinistra dovrà risarcirli con circa 300 mila euro, cifra corrispondente agli stipendi che avrebbero percepito fino al 2029, anno in cui sarebbe terminato il contratto.
La vicenda giudiziaria non è conclusa. L’europarlamentare ha annunciato ricorso e sostiene di avere preparato un fascicolo di oltre cento pagine per dimostrare che le ragioni dell’interruzione del rapporto esistevano. Parla di una progressiva perdita di fiducia, di messaggi rimasti senza risposta, di impegni non rispettati e persino di minacce ricevute. Tutti elementi che saranno valutati nelle sedi competenti, a partire dalla prossima udienza fissata per settembre.
Fin qui, il terreno è quello normale di una controversia di lavoro. Un datore sostiene di aver avuto buone ragioni per licenziare, i dipendenti contestano il provvedimento e un giudice - almeno per il momento - dà ragione a questi ultimi. A rendere il caso politicamente interessante è però il modo in cui Salis sta tentando di giustificarsi davanti all’opinione pubblica.
“Dopo essermi assicurata che la cessazione del rapporto non li avrebbe lasciati privi di mezzi di sostentamento, fidatevi non è proprio il caso vista la loro attuale attività lavorativa, ho deciso di interrompere la collaborazione”, ha spiegato in un video diffuso dall’agenzia Vista. Tradotto dal salisiano all’italiano: guardate che quelli sono ricchi.
Come confermato dal Corriere, i due ex collaboratori gestiscono infatti Ca’ Dadda, un palazzo veneziano affacciato sul Canal Grande - a pochi passi dal Ponte di Rialto – all’interno del quale si trovano quattro locazioni turistiche. Una struttura di livello, con terrazza, concierge personalizzato, possibilità di musica dal vivo, chef privato e una tariffa che, per la notte del 28 luglio, supera su Booking i 1.500 euro. E dunque? È qui che il ragionamento dell’eurodeputata rossoverde comincia a scricchiolare.
Il fatto che un lavoratore abbia una casa di famiglia, gestisca un’attività turistica o possa contare su altre entrate non cancella un contratto sottoscritto. Non trasforma uno stipendio dovuto in un atto di beneficenza. E soprattutto non attribuisce al datore di lavoro il potere di stabilire unilateralmente quando il dipendente abbia ormai guadagnato abbastanza.
La questione non è stabilire se Dadda e Gelmetti siano poveri, benestanti o milionari. La questione è capire se il licenziamento fosse legittimo. Tutto il resto è scenografia: il Canal Grande, il leone di San Marco, la terrazza, gli appartamenti e il prezzo delle camere. Elementi suggestivi, perfetti per spostare la discussione dal diritto al conto corrente.
È una difesa curiosa, soprattutto per chi ha costruito la propria immagine pubblica sulla tutela degli ultimi, sulla centralità del lavoro e sulla lotta contro i rapporti di forza. Evidentemente, però, il lavoratore merita solidarietà soltanto finché corrisponde all’immagine ideologica del proletario con le tasche vuote. Quando possiede un immobile di pregio o avvia un’attività redditizia, può essere bollato come privilegiato e il suo contratto diventa improvvisamente meno sacro.
La Salis dice di essersi “assicurata” che i due non sarebbero rimasti senza mezzi di sostentamento. Ma non è questo il compito di un datore di lavoro. Non deve controllare il patrimonio dei collaboratori prima di interrompere il rapporto, né decidere se possano permettersi di essere licenziati. I diritti valgono anche quando i lavoratori sono abbienti e politicamente non spendibili. Lei deve semplicemente rispettare la legge e dimostrare l’esistenza di una giusta causa.
Su questo punto si pronunceranno ancora i giudici. Gli avvocati Francesca Verdura, Tiziana Laratta e Sergio Romanotto hanno scelto di non rilasciare dichiarazioni, così come i loro assistiti. La pupilla di Fratoianni e Bonelli, invece, ha scelto la strada della battaglia pubblica, contrapponendo la propria versione alla decisione del tribunale e mettendo sul tavolo la condizione economica degli ex dipendenti.
È una strategia che rischia di rivelarsi un boomerang. Perché la ricchezza - presunta o reale - dei lavoratori non dimostra la correttezza del licenziamento. Dimostra soltanto che anche a sinistra, quando si passa dalle manifestazioni ai contratti e dagli slogan alle buste paga, la lotta di classe può cambiare improvvisamente direzione. E dimostra anche una certa abilità nel tentare di spostare il dibattito.
Il garantismo impone di attendere il ricorso e di valutare le ragioni che la Salis presenterà. La coerenza politica, però, può già essere giudicata. E l’impressione è che la paladina dei lavoratori abbia scoperto una singolare eccezione alla difesa del posto di lavoro: il dipendente è sacro, a meno che non abbia una terrazza sul Canal Grande.
