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“Io e il tumore, ora è durissima. Andrò in purgatorio. Ma nella parte alta”

Clemente Mastella, ex braccio destro di De Mita, si confessa: “Devo essere felice di aver vissuto tanti anni, ma ne vorrei ancora”

Banda di ladri svaligia la villa di Clemente Mastella

«All’inizio è stata durissima. Il tumore mi ha colto di sorpresa, non ho dormito per tante notti. Ora è subentrata la speranza. E la speranza cambia le cose». Chi parla è Clemente Mastella, 79 anni, sindaco di Benevento, ex parlamentare, ex ministro, ex braccio destro di Ciriaco De Mita. Uomo forte della politica. Ma fragile, come tutti noi.

Quando viene data quella diagnosi cosa scatta?

«Giorni di grandissima angoscia. Non riuscivo a capire. Pensavo ai miei nipoti, pensavo che avrei dovuto lasciarli. Cercavo di immaginare le loro vite senza di me. Pensavo ai figli. Pensavo che forse non avrei potuto assistere alla maturità della mia nipote più grande. Pensavo al futuro della nipotina più piccola. Ti travolge l’idea che sia la fine del mondo per te».

Lei è cattolico credente. La sua fede si è rafforzata o indebolita?

«Le dico la verità. Penso che se una cosa del genere mi fosse capitata a vent’anni, avrei avuto molti dubbi su Dio. Del resto è legittimo avere dubbi. Li ha avuti persino Maria Teresa di Calcutta. Oggi però per me non è così. Penso ai miei genitori che sono morti giovani e capisco che devo essere felice di avere vissuto già tanti anni. Certo, ne vorrei vivere ancora molti...».

Vince la razionalità?

«In alcuni momenti sì, in altri no».

Nei momenti non razionali cosa scatta?

«Tu dici: ma possibile che mi sia capitata una cosa del genere? Cosa avrei dovuto fare per evitarlo? E poi senti il passo di marcia che rallenta, che non va più. Ti impaurisci».

Cosa è cambiato per lei, a livello fisico, nella quotidianità?

«Sto cercando di essere meno frenetico, più sereno. Cerco di appoggiarmi di più alla famiglia. Riduco gli spazi pubblici. Senza però eliminare la politica. Sento molto forte questo conflitto tra me e la malabestia che è dentro di me».

Immagino stia tirando dei bilanci. Ci sono dei rimpianti? Si rimprovera delle cose che non ha fatto?

«Credo di essere stato migliore come nonno di come sono stato padre. La politica mi ha spinto a trascurare la famiglia, i figli. La politica è così: ti travolge. Io a 29 anni ero deputato, lavoravo moltissimo, non potevo evitarlo...».

Perché non poteva evitarlo?

«È la politica. E a me piaceva molto».

Cosa resta?

«L’impressione di aver lasciato un segno. Piccolo magari, ma un segno. L’idea che figli e nipoti possano dire con orgoglio: questo era nostro nonno, questo era nostro padre, senza la paura di pronunciare il mio nome».

Per una persona credente la morte è vista come un passaggio?

(Fa un lungo silenzio). «Per quanto tu sappia che è un passaggio naturale, verso una nuova vita... Che sarà molto migliore di questa Sai cosa succede?».

Me lo dica?

«Che resti attaccato a questa. Resti ancora più attaccato a questa».

Nella sua anima dopo la diagnosi è cambiato qualcosa?

«Nel rapporto con gli altri. Si è attenuato l’antagonismo».

Si diventa più buoni?

«Mah. Questo non credo. Non credo molto alle conversioni, anche se ho letto Manzoni. Nella vita, puoi cambiare delle cose ma il carattere che hai non si elimina mai completamente».

Progetti?

«Ho visto amici malati di tumore che facevano progetti a lunga scadenza. A me non succede. Non ho lo sguardo lungo, vedo l’orizzonte qui vicino».

Ci pensa spesso alla morte?

«Ora sì. Ma non come ossessione».

E come?

«Come una cosa inevitabile, con la speranza che io possa vivere quel momento così: superare la barriera».

Come immagina l’aldilà?

«Andrò in purgatorio. Parte alta».

Non in paradiso?

«Per un politico il paradiso è impossibile. È successo a Tommaso Moro, forse a De Gasperi. Solo a loro».

Non teme l’inferno?

«No, l’ inferno no, perché non ho fatto del male. Io sono una persona buona».

Che ruolo ha sua moglie nella lotta al tumore?

«Quando sto per soccombere al pessimismo arriva e mi salva. Ruolo enorme».

Il rapporto coi figli è cambiato?

«Sì è migliorato».

E con la gente?

«Sento molto affetto. A Napoli mi è capitato in un bar di prendere il caffè. Poi sono andato alla cassa. Assolutamente no, lei non paga, mi rispondeva il barista. Cercavo di spiegargli: sono malato ma qualche soldino ce l’ho ancora».

Prima di questa prova ha dovuto sostenere dure battaglie giudiziarie. Fango vero e proprio. Si possono accostare queste sofferenze?

«No. Quelle sono cattiverie fatte da alcuni uomini cattivi. Il tumore è solo un dato. È un fatto naturale. Lì in tribunale non è naturale. C’è un Pm che prescinde dai fatti e ti accusa in modo assurdo».

Ha perdonato?

«Ho trovato una grande difficoltà a perdonare. Da cattolico però devo perdonare. Me lo impone Dio. Sul punto di morte lo farò con grande fatica. Spero che si siano redenti loro. Ma quando vedo le loro carriere capisco che non è così. Non si sono redenti».

Una cosa che avrebbe voluto fare e non ha fatto?

«Quando si formò il governo Prodi 2 ebbi l’offerta di fare il ministro dell’Agricoltura e invece ho voluto fare il ministro della Giustizia. Mia moglie mi dice sempre: se avessi scelto l’agricoltura quanti dolori avremmo evitato».

Lei di che cosa ha paura oggi?

«La paura di essere giudicato. In modo diverso da quello che sono stato e che sono».

C’è la speranza di sconfiggere il suo tumore?

«Mi hanno detto di sì. Però non so se me lo dicono solo per farmi coraggio».

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