La bomba era esplosa davanti casa di Sigfrido Ranucci e il verdetto politico era arrivato molto prima di quello giudiziario: colpa del clima d’odio, colpa della destra, colpa del governo. Per mesi il copione è stato questo. Mancava soltanto il nome del colpevole. Oggi, però, l’inchiesta sembra aver cambiato la trama. E il primo nome finito agli atti non è quello di un esponente di FdI, ma quello di Lavitola, mandante dell’attentato nonché amico dello stesso Ranucci. A quasi dieci mesi da quella notte, forse è arrivato il momento di riavvolgere il nastro. Perché il tempo dei sospetti, delle allusioni e delle responsabilità morali è finito. E dovrebbe iniziare quello delle scuse.
Lo ha messo nero su bianco ieri Giovanbattista Fazzolari (foto), sottosegretario alla presidenza del Consiglio finito più volte nel mirino delle insinuazioni e dell’accanimento di Report contro FdI: «È stato Ranucci, in questi mesi, a cercare ripetutamente di accostare FdI alla bomba esplosa sotto casa sua. Lui e Schlein si scusino». Il riferimento al segretario Pd è relativo a quel famigerato intervento il giorno successivo all’attentato quando, davanti alla platea del congresso del Pse ad Amsterdam, aveva emesso la sentenza: «La democrazia e la libertà di espressione sono a rischio quando l’estrema destra è al governo». Ma la lista degli insinuatori della prima ora è lunga e investe financo l’avvocato di Lavitola, Sergio Cola, reo di essere vicino agli ambienti della destra. O comprende chi, come il grillino Carotenuto, seguita imperterrito a perorare la sua tesi: «Governo mandante morale, l’ho detto e lo riderei». Gli fa compagnia la collega di partito Barbara Floridia, fervida sostenitrice dell’esistenza di un disegno politico per mettere le mani sul servizio pubblico. Una difesa a spada tratta di Ranucci che non stupisce più di tanto visto che il 26 maggio scorso presentava il suo libro proprio con lui e con Giuseppe Conte. E poi c’è Roberto Saviano. Lo scrittore, a poche ore dall’attentato, si era esibito in una video analisi in cui affermava che l’attentato fosse «il frutto di anni di delegittimazione», di campagne mediatiche costruite per «isolare, infangare, distruggere civilmente chi osa indagare il potere». Il potere, appunto. Una parola che torna anche nei ragionamenti di Andrea Scanzi, secondo cui la malavita aveva alzato il tiro perché Ranucci e Report conducevano inchieste capaci di «fare paura a molte persone», arrivando a leggere nell’assenza di tutela per il giornalista la «colpevolezza del potere». Pure Rula Jebreal aveva trasformato Ranucci in un «eroe nazionale», collocando sullo stesso piano le bombe su Gaza e le querele temerarie contro il conduttore di Report. Francesca Albanese, invece, invocava una protezione asserendo che non ci fosse «un clima favorevole alla libertà di espressione e di stampa in Italia», una cosa «terribile, indecente, una caratteristica tipica del nostro Paese purtroppo». Gad Lerner si lanciava in un parallelismo con le bombe del passato e in tv affermava: «In Italia anche i rapporti tra poteri criminali e infiltrazioni all’interno dello Stato non sono qualcosa che non c’è mai stato. È l’elemento di fragilità che c’è nella nostra democrazia». Il Manifesto, con Giuliano Santoro, sintetizzava così: «Dopo mesi di allarmi sul clima d’odio contro il governo, improbabili emergenze sul ritorno degli anni Settanta e pistolotti sulla violenza politica, alla fine la bomba è arrivata». Una consecutio temporum che oggi meriterebbe almeno di essere riletta. Come meriterebbero di essere rilette le parole di Tiziana Ferrario, che si domanda perché ci siano «così tante paginate» su Ranucci e se sia normale «la politica a gamba tesa dentro la Rai». Infine, ci sono gli ignavi. Quelli che oggi preferiscono il silenzio, ma ieri non avevano esitato a parlare. A partire da Corrado Formigli e da tutto il circolo televisivo e mediatico di La7.
