Vittorio Macioce Inviato a Modena
I segni sulla vetrina non ci sono più. Al numero 71 della via Emilia c’è Dallari, il negozio di abbigliamento che la Citroen C3 di Salim El Koudri sfondò quel giorno di maggio, il 16, lasciando a terra 7 pedoni, come se la vita degli altri fosse solo un vuoto a perdere, bottiglie vuote da colpire come birilli. Il percorso studiato come in un videogame: la corsa che parte da largo Garibaldi, il marciapiede davanti al minimarket, poi sterza a sinistra all’incrocio con Rua Pioppa e le persone investite a Largo Porta Bologna, per finire la mattanza contro quella vetrina.
La signora Monica, Monica Rossi, ha riaperto con la speranza di poter dimenticare. Non ci è riuscita. L’angoscia resta giorno dopo giorno con una sorta di senso di colpa ogni volta che entra un cliente, perché questo è un negozio dove si vendono vestiti e non puoi, dice, far pesare i tuoi sentimenti a chi arriva.
«Devi fingere, sennò qui non entra più nessuno. Non è necessario comprare qui, non è una farmacia». Ma chi ha pagato la vetrina nuova? Sorride. «È la domanda che mi fanno tutti, ma non lo posso dire. Diciamo che c’è stata una colletta».
È che qui da quattro mesi si vive con la finzione addosso. Come in una vecchia canzone di Ombretta Colli, la sigla di Fracchia, facciamo finta che tutto va bene. Ci crede davvero il sindaco Mezzetti, lo ripetono i giovani soloni del Pd, se ne convincono quelli che non vogliono vedere, si aspettano grane e si accorano alla canzone ricorrente: è solo un gesto isolato, la follia di un pazzo.
Quello che c’è sotto la follia non va visto, non va evocato. L’anziana signora di una delle poche edicole rimaste in città lo dice guardandoti negli occhi con la voce rovinata dal fumo. «Ma di cosa si sorprende, tanto è pazzo, no? Così tutto è risolto. Sono ottant’anni che qui siamo rossi e giustifichiamo ogni cosa, fino a negare l’evidenza».
È la negazione di tutto ciò che rovina la narrazione di partito, il piatto pronto dell’ideologia. Solo che questa mattina ci sono fatti che non si possono ignorare e sono quelli che Fausto Biloslavo ha raccontato nella sua inchiesta, gli accertamenti sui computer di Salim El Koudri, con i video degli attentati islamici visti e rivisti, le scene di Nizza, le ricerche continue con le parole Isis, Bin Laden, Islamic State. L’ombra della Jihad nella sua strategia di morte. Domani verrà depositata la perizia psichiatrica e si capirà quanta lucidità c’è nella sua follia e come la propaganda del terrore trova terreno fertile nella rabbia e nella frustrazione. L’unica cosa certa è che Modena non può continuare a ripetere che tutto quello che è successo sia cosa di niente.
Questa città non sta riscoprendo il terrore, perché lo aveva già respirato il 16 maggio, quello che sta vivendo adesso è qualcosa di più sottile e imbarazzante. Il terrore lo sta riconoscendo e il verbo cambia tutto. Riscoprire è il sentimento di chi trova qualcosa di cui aveva perso la memoria, riconoscere è il pensiero di chi finalmente ammette di aver visto benissimo e di aver preferito voltarsi.
«La realtà è che non siamo in grado di gestire l’immigrazione di massa. Non è razzismo. Sono stati due egiziani a fermare Salim, ma la sua stessa storia racconta di un’integrazione fallita. È la storia di un laureato di origine marocchina che ha scelto l’Isis per odio contro l’Italia. Non è un caso. È un modello patologico che non abbiamo la capacità culturale di contrastare». Tutto questo discorso non è di un sociologo ma del titolare di un centro servizi. Lavora per gli immigrati. «Molti marocchini, certo. Sono più di 15mila in tutta la provincia. È la comunità islamica più vecchia e vengono qui per il rinnovo dei permessi di soggiorno, per il ricongiungimento, per la partita Iva, sempre più partite Iva negli ultimi anni». L’elenco dei servizi scorre in verticale: apertura P.Iva, registrazione atti, contratti di locazione, ambasciate e consolati, rilascio visti, certificati anagrafici, Scia, fatturazione elettronica, Intrastat. Dentro, due scrivanie e una fotocopiatrice che ronza. Ci sono un uomo e una donna. E il padre di Salim? La donna alza lo sguardo. «Il padre faceva l’operaio a Ravarino. Uno di quelli che pagava i contributi al centesimo. Da noi non è mai venuto. Da noi vengono quelli che ce la stanno facendo».
Modena in questo venerdì di settembre è il vecchio patronato dei figli del popolo con la mostra, meravigliosa, di «Pinocchio a rotta di collo, metamorfosi di un burattino». A vederla così sembra una fotografia. È il manifesto Bella Ciao con il disegno di un cane arruffato che annuncia la dodicesima edizione del festival internazionale del giornalismo investigativo. E un giorno ce lo diranno dove dobbiamo andare. È la ragazzina di 12 anni che sembra una madonna che esce da scuola con il velo nero. È Modena, piccola città, bastardo posto, che si chiede se davvero finiremo per assomigliare alla Francia e magari si possono allontanare questi ghetti di pianura padana che, come Ravarino, si vedono apparire all’orizzonte.
È il Festival di Filosofia che ti regala David Armitage in Piazza Grande e lo stai a sentire sperando che non sia un profeta, ma solo uno storico illuminato. Parla di guerre civili, quelle dove finisci per riconoscere nel proprio nemico te stesso.
